Terra di mezzo e di conflitti

NEGLI ULTIMI ANNI in Cina sono esplose diverse vicende legate ai conflitti ambientali, «movimenti» più o meno organizzati, più o meno autonomi dalle grandi agenzie centrali [partito e governo, in primo luogo] che hanno posto l’accento su un modello di sviluppo tra i più «intensivi» del globo e che hanno rotto lo stereotipo della Cina come spazio «pacificato». Ne parliamo con Bruno Amoroso, economista e animatore dell’Università del bene comune, e grande conoscitore del grande paese asiatico.
«Le dimensioni geografiche, umane, ma anche temporali, di questi conflitti sono da percepire. Parliamo di una popolazione di cinque volte circa più grande di quelle dell’intera Europa e anche di un processo di
trasformazione economico che condensa in 35 anni il cammino di circa due secoli di industrializzazione europea — spiega Amoroso – Noi, con la nostra retorica, abbiamo definito questo passaggio ‘la grande trasformazione’. Si tratta di dimensioni e caratteri sconosciuti. In Europa questi problemi economici e ambientali hanno prodotto almeno due guerre civili spaventose: la prima e la seconda guerra mondiale.
In Europa abbiamo dovuto aspettare la fine del Novecento
perché si cominciasse a fare qualcosa in campo ambientale, anche se
sappiamo che, rispetto al nostro modello di sviluppo, al Pil, la cresci
ta economica resta il fattore centrale, mentre quello ambientale è con
siderato un fattore residuale, da risolvere sì, ma certamente non a ca
rico di quello ambientale. È in questo quadro di esperienze che si è inserita la crescita della Cina dove la prima legge sulla protezione
ambientale risale al 1979, quando non era iniziata la crescita economica vera e propria.
Dal ’79 in poi c’è stata un’accelerazione continua. Nei primi anni ottanta viene istituita la prima agenzia nazionale ambientale e il ministero per l’ambiente nel 1998. In tutto questo periodo alcune leggi e regolamenti introducevano forme di controllo per esempio sulle acque, sull’inquinamento atmosferico, sulla protezione della flora e della fauna.
In Cina il Prodotto interno lordo, cioè la crescita economica, e la protezione dell’ambiente vanno di pari passo. I due libri bianchi sull’ambiente, il primo della fine degli anni novanta, l’ultimo del 2007, rendono conto di questo. Il problema ambientale è ormai considerato un vincolo decisivo per poter mantenere la forte crescita economica.
Ciò vale per tutta l’Asia: la società è molto forte. Intanto perché esistono sempre ampie e forti aree di autonomie regionali. Questi paesi per fortuna non hanno avuto quei processi europei di modernizzazione che hanno annientato tutto ciò che è l’elemento locale etnico o culturale, perché visto come contrario ai processi di modernizzazione. Le comunità locali contano».

In che modo il tema della qualità dello sviluppo è entrato nell’agenda del dibattito politico e dei media cinesi?
Il tema ambientale è al centro di tv e giornali. Il problema della qualità dello sviluppo, loro la chiamano «società armonica», è stato al centro dell’ultimo congresso del Partito comunista cinese. I fattori di quantità e qualità sono stati sempre vissuti e percepiti come il tema centrale della realizzazione della persona, della comunità, del vivere nelle città, del vivere insieme, all’interno dei paesi. C’è un continuo sforzo di «educazione» ambientale, artistico, umano.

Qual è il ruolo delle agenzie ambientali nel governo?
Le agenzie ambientali, create intorno al governo, hanno favorito il dibattito di cui parlavo prima. Esiste una commissione che si occupa dei problemi ambientali, esiste il ministero dell’ambiente e varie agenzie a vari livelli: locali, provinciali. Esiste anche una struttura politica molto attiva, rispetto alla nostra tradizione politica. Le istituzioni sono deboli rispetto agli organismi di governo, che fanno da «cuscinetto» alle spinte dal basso.

Come si comportano le organizzazioni non governative?
Sul piano formale se si da un occhiata ad internet, si trova una lista infmita di Ong cinesi, o comunque internazionali, che cooperano in Cina e si occupano dei problemi dell’ambiente.
Ma ciò è motivo di conflitto. Le Ong o internazionali o nazionali sono orientate da due-tre strumenti che percepiscono come strumenti di intervento che sono quello dei diritti e quello degli standard internazionali. Anche le ong cinesi sono un po’ plagiate da questo: il problema dei diritti umani come quello dell’ambiente è visto in termini di standard internazionali.
In una situazione come quella cinese, così complessa e articolata, parlare di «standard» e di «diritti» non ha molto senso, diventa una imposizione dall’alto. È una accezione non corrispondente a quelle realtà molto più differenziate, che richiedono una educazione alla sostenibilità e a quella che noi occidenatli chiamiamo «educazione allo sviluppo». Far crescere la consapevolezza dell’uso delle risorse richiede un processo dal basso, dalle comunità, dalle famiglie, dalle scuole. Non deve sfuggire il punto centrale: esiste tradizionalmente una educazione all’ambiente legata ai processi locali, di mantenimento e quindi di trasformazione, non distruttiva. La società rurale cinese si è trasformata negli ultimi vent’anni, ma esiste ancora una cultura rurale e familiare, abituata all’uso sostenibile delle risorse e al rispetto delle risorse locali. Proprio su questa forma di coesione dal basso stanno investendo i movimenti della società civile cinese.