Tentativi di dialogo nell’Italia degli anni ’50

Dieci fa, nel 1996, Giuseppe Chiarante diede alle stampe, presso Laterza, un libro (Da Togliatti a D’Alema. La tradizione dei comunisti italiani e le origini del Pds) che offriva una preziosa testimonianza “dall’interno” della travagliata storia del Pci dal dopoguerra alla Bolognina. Si trattava di una ricostruzione critica – non priva di acute intuizioni sugli sviluppi della vicenda negli anni di poi – svolta alla luce di un tema effettivamente cruciale: l’incidenza dei limiti culturali del gruppo dirigente del Partito comunista, tanto rispetto alla tardiva emancipazione dall’Urss, quanto ai fini della individuazione di un percorso politico originale, fino in fondo corrispondente alle caratteristiche della realtà occidentale e, in specie, della società italiana. Adesso Chiarante fornisce in un certo senso il seguito di quella storia: non già raccontandone l’epilogo, bensì affiancandole un tratto parallelo e complementare, legato alla storia del partito – la Democrazia cristiana – nel quale militò, poco più che ventenne, tra il 1950 e il ’55.
Quelle consegnate alle nuove pagine di Tra De Gasperi e Togliatti. Memorie degli anni Cinquanta (Carocci, Roma 2006, 214 pp., € 18,80) non sono note autobiografiche. Si tratta piuttosto del bilancio storico, tratto da un osservatore partecipe, di una vicenda (il declinarsi della strategia democristiana in chiave conservatrice dopo la sconfitta alle elezioni del ’53) che avrebbe gravemente pesato sulla storia del Paese per tutto un decennio. Nelle file della Dc Chiarante svolse, insieme ad altri giovani dirigenti a lui vicini (Luigi Granelli, Giovanni Galloni, Carlo Leidi, Ugo Baduel e soprattutto Lucio Magri), un ruolo di punta quale dirigente del Movimento giovanile del partito. Eletto, appena venticinquenne, nel Consiglio Nazionale al Congresso di Napoli (giugno 1954), fu da subito una delle figure di riferimento della sinistra di «Base», avversa alla segreteria Fanfani, cui si rimproverava una visione totalizzante del partito e una pratica clientelare e di occupazione del potere attraverso l’insediamento di propri emissari nei gangli vitali della realtà economica e sociale del Paese. Il tema decisivo di un confronto politico assai serrato e non di rado aspro era quello, evidentemente scottante, del rapporto con la sinistra, a cominciare dal Pci. Chiarante e i suoi sodali interpretarono il proprio ruolo in seno all’organizzazione giovanile scudocrociata insistendo sulla necessità di aprire un dialogo serio, senza preconcetta ostilità, con il partito di Togliatti.
Non è motivo di meraviglia che gli interventi che egli affidò in quegli anni alle riviste del partito («Per l’Azione», «La Base», «Prospettive», sino all’emblematico «Il Ribelle e il Conformista») seminassero il panico tra i vertici della Dc, sempre più convinti della inderogabile necessità di por fine a un’iniziativa che suscitava crescente irritazione oltre Tevere e persino oltre Atlantico. Tra un incontro con Franco Rodano e una conversazione con Guido Bodrato, tra un pranzo in trattoria in compagnia di Raniero La Valle e di Beniamino Andreatta, Chiarante scrisse pagine di fuoco contro i corteggiamenti democristiani del Movimento Sociale, giungendo a teorizzare che «l’alternativa fascismo-antifascismo rimane[va] sempre quella fondamentale», sicché non solo era impensabile «allearci con i fascisti», ma si imponeva un’opposta scelta di campo, l’apertura alle «forze democratiche e popolari» del movimento operaio.
Correva l’anno 1955. Queste parole e le altre che Chiarante veniva scrivendo in quegli anni provocarono ben presto reazioni inevitabili e furibonde. Il Vaticano invocò drastici interventi disciplinari a carico di chi, «sostenendo programmaticamente le posizioni di obbedienza comunista», seguiva «un indirizzo pericoloso ed erroneo», «negatore dei fondamenti stessi del diritto naturale». L’ambasciatrice degli Stati Uniti, Clare Boothe Luce, non fu da meno. Tacciò di sovversivismo le proposte politiche dei giovani democristiani «filocomunisti». E si rivolse allo stesso Eisenhower affinché Fanfani venisse invitato a por fine ad una situazione divenuta ormai intollerabile.
Ovviamente, in quel clima, la permanenza nelle file democristiane di Chiarante, di Magri e di molti altri loro compagni di strada aveva i giorni contati. Il pretesto per tagliare ogni legame venne dalla sospensione dal partito decisa a seguito della partecipazione di Chiarante alla Conferenza mondiale dei Partigiani della Pace svoltasi a Helsinki nel giugno del ’55. Fu un commiato inevitabile, al quale sarebbero di lì a poco seguiti l’approdo alla cerchia dei «fedelissimi» di Franco Rodano, la collaborazione alla rivista «Dibattito politico», dalle cui colonne partivano duri attacchi contro il «fanfanismo», e finalmente, nell’autunno del ’58, l’iscrizione al Pci, previo vaglio da parte di Giorgio Amendola, allora responsabile nazionale della sezione di organizzazione.
Ma si diceva prima che questo non è un libro autobiografico, dunque tutti questi riferimenti a date e ad episodi vissuti non debbono ingannare. Nella trama di un racconto solo apparentemente scandito dalla vicenda personale, prende corpo in realtà un tema politico di prima grandezza, vero filo conduttore della narrazione. Lo si è chiarito: la questione che Chiarante e Magri e gli altri giovani dirigenti della sinistra di «Base» posero con insistenza ruotava intorno alla necessaria apertura a sinistra del quadro politico nazionale, cioè all’esigenza che il partito di maggioranza relativa scorgesse nel Pci un interlocutore fondamentale nel governo della democrazia italiana e riconoscesse appieno l’apporto decisivo fornito dal movimento operaio allo sviluppo economico, sociale e civile del Paese.
Negli anni Cinquanta questa apertura non ebbe luogo e ciò contribuì ad accrescere il divario tra la politica e la società, tra la statica autoreferenzialità del sistema istituzionale e le istanze di rinnovamento e di trasformazione del tessuto sociale. Ma il tema era comunque posto, come il decennio successivo e l’esperienza del centrosinistra si sarebbero di lì a poco incaricati di mostrare. Chiarante legge in questa necessità oggettiva e nelle forme assunte dal dialogo tra la Dc e il Pci (che descrive nei termini di un «particolarissimo rapporto bipolare» di «cooperazione dialettica») una specificità della storia del nostro Paese, la radice di quello che talvolta chiamiamo «caso italiano». Varrebbe la pena di discutere a fondo questa tesi, implicito retroscena del libro e delle idee che ne strutturano il racconto. Comunque la si pensi, di certo c’è quanto osserva Rossana Rossanda nella chiusa della sua Prefazione. La lettura di queste pagine non chiude questioni, ne apre anzi molte. A cominciare da quella – connessa al tema del rapporto tra il Pci e le forze moderate – del ruolo svolto dalla sinistra nella “prima” Repubblica: dello scarto tra ambizioni e risultati, tra compiti e realizzazioni.