«Tempi duri» per Tony Blair

“Sono tempi duri”. Un affaticato Tony Blair ha ieri cercato di mettere una pezza a quella che sotto tutti i punti di vista ammonta ad una sconfitta pesante del suo governo su una delle misure antiterrorismo più controverse della nuova legge in questi giorni in discussione. Il premier visibilmente scottato dall’imprevista (per proporzioni e veemenza) rivolta sulla clausola che allunga i tempi di detenzione per i sospetti di terrorismo da 14 a 90 giorni, ha deciso in extremis, mercoledì notte, di non procedere al voto. Blair, in un atto di sfida più simile all’ultimo colpo di coda di un animale ferito che non all’arroganza di chi sa di avere la vittoria in tasca, ha proposto di sospendere il voto sul controverso articolo chiedendo ai deputati ribelli di passare questo week end nei loro collegi elettorali per sondare gli animi dei loro elettori. «Vedranno – ha detto il premier – che la misura da noi proposta ha il consenso della gente». In realtà la scelta di non votare è parsa a molti il tentativo goffo di evitare una batosta. Anche perché, precedentemente, il governo aveva raschiato il fondo del barile per ottenere una vittoria di un solo voto (300 a 299) su un altro aspetto controverso della nuova legge antiterrorismo, e cioè quella sull’istituzione del reato di «glorificazione» del terrorismo. Il ministro degli interni, Charles Clarke, ha cercato di sgombrare il campo dalle polemiche sul mancato voto, sostenendo che l’emendamento presentato dal deputato laburista David Winnick che portava a 28 giorni il limite della detenzione, non sarebbe comunque passato.

Rimane il fatto che la legislazione proposta dal governo Blair dopo le bombe londinesi del 7 luglio, è una delle peggiori in materia di (violazione dei) diritti umani e non rispetto di qualunque legislazione e convenzione internazionale.

Alla riunione del gabinetto dei ministri, ieri, (molto più lunga del solito) il premier ha detto ai ministri di ritenere che la richiesta della polizia (di estendere appunto a 90 giorni il limite della detenzione per i sospetti di terrorismo) aveva basi solide e che per questo è sua intenzione spingere alla Camera dei Comuni per far passare l’articolo. «I tempi sono duri – ha detto nella speranza di rincuorare i suoi – ma sono duri perché il governo sta cercando di fare la cosa giusta».

Ma è evidente che una sconfitta sulla legge antiterrorismo sarebbe per Blair un serio problema. L’inizio della fine, già mormora qualcuno. E non solo tra gli avversari storici, cioè i tories. Anche all’interno del Labour infatti, e non da ieri, c’è chi ritiene che Blair abbia ormai fatto il suo tempo e che sia giunto il momento di lasciare il passo a Gordon Brown, il potentissimo ministro del tesoro. Ieri il portavoce del premier ha rifiutato di rispondere a chi gli chiedeva esplicitamente se una sconfitta ai Comuni imporrebbe a Blair di rassegnare le dimissioni.

Di certo mercoledì è stata una giornata cominciata male per il premier che si era visto arrivare sul tavolo del numero 10 di Downing street la lettera di dimissioni di uno dei suoi più stretti collaboratori, il ministro del lavoro e delle pensioni David Blunkett, per la seconda volta colto (in un anno) con le mani nel sacco: dopo i visti facili per la nanny straniera della sua amante, ora è accusato di aver comprato azioni di una società di bioetica senza dirlo. Il premier avrà un week end di tempo per meditare sul da farsi. Ma l’idea che l’era Blair sia giunta al tramonto è da ieri un po’ più concreta.

Intanto sul fronte iracheno da registrare ieri il collasso del primo processo militare contro sette militari britannici accusati di aver ucciso un giovane iracheno disarmato nei pressi di Basra nel maggio 2003. Il giudice ieri ha ritenuto di chiudere il processo per «insufficienza di prove». Eppure poco prima di pronunciare la sua sentenza di assoluzione il giudice aveva ammesso che le indagini, condotte dalla polizia militare, non erano state «adeguate». In particolare, il giudice militare aveva sottolineato come gli investigatori avessero evitato, per esempio, di raccogliere prove sull’ammissione in ospedale del giovane iracheno, morto in seguito ad un attacco da parte del terzo reggimento dei paracadutisti contro un gruppo di civili.