Telecom, la voce dei lavoratori

Telecom: un affaire politico, un’inchiesta giudiziaria, ma anche e soprattutto una faccenda che riguarda 84 mila lavoratori. Che oggi scioperano per molte e buone ragioni, compresa quella di voler essere protagonisti, non semplici pedine, di uno scontro che ha per posta il futuro della più grande azienda italiana. Questa è la sostanza dell’auspicio formulato alla vigilia dello sciopero da Emilio Miceli, segretario Slc-Cgil: «Ci aspettiamo che la giornata di lotta segni uno spartiacque tra le cronache politiche e giudiziarie, pur importanti, e i problemi industriali dell’azienda».
Lo sciopero di oggi (8 ore) è proclamato da tutte le sigle sindacali. Confederali, sindacati di base e Ugl hanno optato per la medesima data, ma faranno manifestazioni diverse. Cgil, Cisl e Uil manifestano a Milano: il corteo parte alle 9,30 dai Bastioni di Porta Venezia e si conclude, con i comizi di Bonanni e Angeletti, sotto il palazzo della Telecom in piazza Einaudi. A Roma Cobas, Cub e Rdb porteranno la loro protesta sotto palazzo Chigi. L’Ugl tiene un presidio sotto il ministero del lavoro in via Veneto. A Milano, dove si concentrano 7 mila dipendenti Telecom, saranno in piazza anche delegazioni di altre categorie. Oltre ai lavoratori della Pirelli, prime vittime del «metodo» Tronchetti Provera, ci saranno quelli dell’Italtel e di Sirti. Il 70% del fatturato della prima e il 50% della seconda è costituito da ordinativi Telecom.
Tutti i sindacati, pur differenziandosi nei particolari, dicono no al piano, presentato da Tronchetti Provera e confermato da Guido Rossi, che smembra la Telecom e punta a vendere Tim per coprire i debiti. Lo sciopero era stato proclamato da Cgil, Cisl e Uil prima delle dimissioni di Trochetti e prima che la magistratura milanese scoperchiasse il calderone delle intercettazioni illegali alla Telecom-Pirelli. Le schedature del personale, da sole, meritano uno sciopero. E l’autorevolezza del professor Guido Rossi, per quanto universalmente riconosciuta, non fa diventare accettabile un piano indigesto.
Miceli, in una conferenza stampa tenuta ieri a Milano, ha illustrato le richieste di Slc-Cgil: un passo indietro della proprietà, nascita di una public company, risposte chiare del governo in materia di telecomunicazioni, abbandono del progetto di media company. Bene Prodi che si pronuncia contro lo scorporo e la vendita di Tim, male l’idea (il cosiddetto «piano Rovati») di consegnare la rete in mano alle Fondazioni bancarie, tramite la Cassa depositi e prestiti.
Il ritorno di Guido Rossi al vertice di Telecom è servito a «smussare gli spigoli con il governo e con l’Authority». Ma l’audizione del professore al parlamento è stata «deludente», osserva il segretario di Slc-Cgil, «non ha detto nulla di nuovo e di positivo sul piano industriale», si è «dimenticato d’essere il grande sostenitore delle public company.
Eppure quella è l’unica strada, insiste Miceli, per avere un «assetto proprietario solido» un un paese di capitalisti senza capitali come l’Italia. «Telecom è troppo grossa per essere così fragile». Se sarà fatta a pezzetti, uscirà dal gruppo delle dieci aziende telefoniche più grandi del mondo, «prenderà i subappalti, come nei cantieri edili». Il debito, checché ne dica il professor Rossi, è enorme e resta lì. Occorre ricapitalizzare, far diventare i cittadini padroni di Telecom. Una proprietà che anziché pagare i debiti paga i dividendi deve farsi da parte. Telecom ha il più alto tasso di distribuzione di dividendi in Europa. «O ci liberiamo di questa cosa qui (cioé di questa gente qui, ndr), o il debito è destinato a crescere».
Sulle schedature del personale o degli aspiranti all’assunzione Miceli non ha fornito particolari inediti. In compenso, ha detto una cosa molto pesante (sempre sul conto di Tronchetti Provera): «Se ci sono così tante schedature, significa che qualcuno le ha richieste». Cgil, Cisl e Uil hanno già deciso di costituirsi parte civile nel processo contro gli spioni finiti in manette. La Cgil non esclude un azione giudiziaria diretta contro Telecom-Pirelli.