Taya, il petrolio e l’angoscia del potere

Ascesa e declino del satrapo di Nouakchott, tra il greggio e gli accordi con Israele
Rangers nel deserto Fido alleato degli Usa, il presidente mauritano ha accolto i soldati americani per addestrare le forze speciali in operazioni anti-terrorismo

Al potere dal 1984, quando a sua volta rovesciò con un colpo di stato il presidente Mohamed Khouna Ould Haidallah, il colonnello Maaouya Ould Sid’Ahmed Taya si è, come si suol dire, perso nel suo labirinto. Ossessionato dal potere, autoritario a livelli incontrollabili, il satrapo di Nouakchott si credeva probabilmente saldo al comando grazie ai legami privilegiati stabiliti nel corso degli anni con gli Stati uniti e Israele. Dopo alcune mosse sconvenienti – come l’appoggio solitario a Saddam Hussein nella prima guerra del Golfo del 1991, che gli è valso l’isolamento internazionale – Taya era giunto negli ultimi tempi a più miti consigli e si era avviato verso una politica filo-occidentale confinante con il vassallaggio. A seguito di lunghe e silenziose trattative, il governo mauritano ha stabilito nel 1999 relazioni diplomatiche con lo stato ebraico, alle cui unità speciali fornisce – secondo fonti ben informate ma difficili da verificare – terreno per addestrarsi nel vasto e disabitato deserto dell’est. La luna di miele con gli Stati uniti è cominciata poco dopo e ha subìto un’accelerazione in seguito agli eventi dell’11 settembre 2001, quando Washington ha cominciato a guardare con ansia ai territori desertici della fascia sub-sahariana, crocevia di traffici e fucina di potenziali gruppi terroristici. Così, nel 2003 il dipartimento di stato Usa lanciava il Pan Sahel, un piano di addestramento delle truppe locali in quattro paesi dell’Africa occidentale (Mauritania, Mali, Niger e Chad). Un piano avviato proprio nel deserto mauritano, con lo sbarco di trainer a stelle e strisce nell’altopiano dell’Adrar.

Se questa sterzata in politica estera ha attirato contro Taya gli strali degli islamisti, il vero salto di qualità è stato determinato da un altro elemento: la scoperta del petrolio. I promettenti giacimenti off-shore di Chinguetti, che da qui al 2006 dovrebbero portare il misero paese africano tra i primi dieci produttori di greggio al mondo, hanno risvegliato bramosie e appetiti. Nei corridoi del potere, sempre maggiore si era fatta negli ultimi tempi l’irritazione per una gestione personalistica delle ricche ricette e per la scarsa propensione di Taya a spartire la torta.

E dire che i candidati alla spartizione non erano poi molti: il paese è sempre stato guidato da una ristretta élite di mori bianchi, che ha emarginato le popolazioni africane facendo leva su una sapiente politica di divide et impera (spingendo in particolare le popolazioni nere arabizzate della capitale e del nord contro i wolof, i fula e i soninké del sud).

Sullo sfondo di un sistema sociale ingessato, in cui permangono grosse sacche di schiavitù, i mori bianchi hanno avuto il monopolio del potere fin dall’indipendenza, ottenuta nel 1960. Sedati nel sangue i tiepidi ascessi di rivolta degli afromauri del sud, culminati in un’espulsione di massa nel 1989 al di là del fiume Senegal, e portata avanti a tappe forzate una campagna di arabizzazione, la politica mauritana recente si è giocata tutta all’interno della corte, con colpi di mano abortiti, intrighi di palazzo e processi di stampo stalinista per eliminare gli oppositori. I tre tentativi di golpe che si sono succeduti dal giugno 2003 – veri o presunti che fossero – sono stati il segno di un’accelerazione della «resa dei conti». Molti dicono che Taya – soprattutto negli ultimi due casi, dacché il primo fu senz’altro autentico, con 36 ore di combattimenti nelle strade di Nouakchott – inventò ad arte i putsch contro di lui per far fuori gli oppositori. Comunque sia, il processo pubblico celebrato all’inizio di quest’anno contro 191 golpisti (tra cui l’ex presidente Ould Haidallah) è apparso a tutti come l’ultimo esercizio di stile di un tiranno paranoico che cominciava a temere la propria ombra.

Isolato all’interno, chiuso in una torre d’avorio sempre più angusta, il colonnello-presidente è stato travolto dalle proprie ambizioni. Non è escluso – anche se qui entriamo nel terreno delle speculazioni – che i suoi stessi alleati di Washington e di Tel Aviv abbiano deciso di girare lo sguardo e di lasciar fare quei soldati del «Consiglio militare per la giustizia e la democrazia» che oggi affermano di voler guidare il paese per due anni.

L’epilogo della vicenda resta ancora da scrivere, ma tutto lascia credere che il colonnello Taya sia destinato a trascorrere la sua vecchiaia lontano da quel palazzo presidenziale che aveva eletto a propria personale residenza.