Tassare le rendite, aumentare i salari

Vediamo di intenderci: noi non siamo cretini. Noi cioè non riteniamo che si possa perseguire la giustizia sociale attraverso la sola redistribuzione dei carichi fiscali; attraverso cioè quella che Antonio Labriola soleva definire, per l’appunto, “l’utopia dei cretini”. Detto questo, però, dobbiamo ritenere confortante che nel deserto programmatico del centrosinistra si stia almeno levando qualche voce a sostegno di una più incisiva tassazione delle rendite, e in particolare delle rendite finanziarie. Qui di seguito proveremo ad esaminare i pregi e i limiti di questo tipo di proposta.
L’attuale regime di tassazione delle rendite finanziarie è entrato in vigore, sotto il governo dell’Ulivo, con la riforma del 1997. Esso ammette che gli interessi e i dividendi maturati non vengano inclusi nella dichiarazione dei redditi, e prevede che su di essi si paghi un’aliquota del solo 12,5%. Si tratta, come è noto, di un livello di tassazione ampiamente al di sotto della media europea. In Francia, in Germania, così come nel Regno Unito, le rendite finanziarie vanno incluse nella dichiarazione dei redditi e risultano sottoposte ad aliquote minime del 20%. Ricordo che, all’epoca della riforma, illustri esponenti del centrosinistra difesero un’aliquota così bassa in virtù dell’intento di favorire “la più larga partecipazione democratica ai guadagni di borsa”. Fortunatamente la storia insegna: dopo i tracolli finanziari di milioni di piccoli risparmiatori incantati dalla meteora della New Economy, e il relativo dissesto nell’allocazione degli investimenti produttivi che si verificò in seguito al boom dei valori azionari, lo scenario è profondamente mutato. Il mito del “capitalismo capillare e democratico” è durato il tempo di una bolla speculativa, e una difesa di quel tipo non godrebbe oggi di grande appeal politico. Ecco quindi che trova spazio, nel centrosinistra, la revisione al rialzo dell’aliquota sulle rendite, almeno fino a quella soglia minima del 20% prevista in ambito europeo. Si tratta di un segnale tardivo e modesto, ma se attorno a una proposta del genere maturasse realmente un accordo in seno all’Unione – cosa niente affatto scontata, visti i tentativi al Senato del dicembre scorso – saremmo di fronte senza dubbio a un fatto incoraggiante.

Tuttavia, ribadiamo, noi non siamo cretini. E quindi potremmo considerare positivo un accordo sulla tassazione delle rendite solo a condizione che questo non implichi sacrifici ben più rilevanti dal punto di vista degli indirizzi di politica economica presi nel loro complesso. C’è il rischio, a questo proposito, che le componenti moderate dell’Unione propongano di barattare una briciola di equità fiscale in più con l’impegno, da parte del Prc, di accettare i vincoli alla espansione dei salari e della spesa pubblica che deriverebbero dalla riproposizione della vecchia politica dei redditi e dei vecchi piani di abbattimento del debito pubblico.

La prospettiva è concreta, visto che su di essa sembra aver già ripiegato, tra gli altri, buona parte della Cgil. Ma è bene sapere che gli effetti di un simile scambio sarebbero funesti. Il prelievo fiscale, infatti, per forza di cose può operare soltanto su redditi già creati, ossia agisce esclusivamente a valle del processo di formazione della ricchezza sociale. Si tratta naturalmente di un’azione potenzialmente significativa, ma che non può mai essere equiparata alla forza trasformatrice delle misure poste a monte del processo di formazione della ricchezza. Tra queste, guarda caso, rientrano principalmente le scelte relative alla dinamica dei salari per unità di prodotto e della spesa pubblica in disavanzo. Pertanto, accettare di comprimere queste variabili in cambio di un più soddisfacente prelievo fiscale darebbe luogo a risultati paradossali. Solo per citare un esempio, si consideri il caso in cui nel programma dell’Unione, al fine di abbattere il debito pubblico, si preveda di aumentare la tassazione sugli interessi e di accrescere per questa via l’avanzo primario, ossia la differenza tra entrate tributarie e spesa pubblica al netto degli interessi. Ora, intervenire esclusivamente su questa differenza significa di fatto considerare la spesa per interessi sul debito pubblico come una variabile esterna, governata dalla banca centrale e dal mercato finanziario, e fuori quindi da qualsiasi forma di controllo politico da parte dei governi e delle istituzioni parlamentari. Ma questo, si badi, è proprio l’orientamento dimesso che storicamente ha consentito alle banche centrali di sottrarsi all’obbligo di praticare politiche monetarie “accomodanti”, vale a dire finalizzate a ridurre i tassi d’interesse. La tassazione delle rendite finanziarie finirebbe così per risultare funzionale agli indirizzi di politica economica prevalenti, i quali, liberando i tassi d’interesse da qualsiasi forma di vincolo democratico, favoriscono ormai da oltre un ventennio l’espansione delle rendite stesse!

La situazione politica presenta margini di manovra risicati, questo lo sappiamo tutti. Ma forse, proprio per le difficoltà della fase, è importante che ogni decisione sia valutata in un quadro organico di interventi, e soprattutto in funzione dell’obiettivo più generale di mutare gli scenari politico-economici europei attraverso una continua sollecitazione e razionalizzazione delle spinte rivendicative provenienti dalla società. Pertanto, ben venga la tassazione delle rendite, ma a patto che in cambio non si chieda ancora una volta di tenere a bada i salari e la spesa sociale. Il vecchio monito di Labriola è sempre attuale, e noi faremmo bene a tenerlo nel dovuto conto.