Tanti auguri, Statuto. E incrociamo le dita

La carta del 1970 compie 35 anni, ma i lavoratori stanno sempre peggio. Convegno a sinistra
Nodi irrisolti Manca ancora una legge sui rappresentanti sindacali, scioperare è sempre più difficile. Ds, Margherita e Rifondazione parlano di sviluppo del paese, precari e legge 30

Buon compleanno Statuto dei lavoratori, ma «cento di questi giorni» non sembra l’augurio più adatto. Ieri la carta dei diritti, nata come legge 300 nel 1970, ha compiuto 35 anni. Il mondo del lavoro, però, non sta affatto bene: sotto l’attacco concentrico della competizione internazionale e della scarsa competitività del sistema Italia (che stanno portando le aziende a chiudere una dietro l’altra), il combinato pacchetto Treu-legge 30 (che ha creato una generazione di precari), il caroeuro e il blocco dei rinnovi contrattuali (buste paga e pensioni allo stremo), dipendenti classici, cococò, cocoprò e appaltati del Belpaese passano un periodo che davvero più nero non si può. Senza contare la difficoltà di lottare e fare sindacato, con la restrizione del diritto di sciopero e una legge sulla rappresentanza che non è mai arrivata. E l’Unione? Se andrà al governo rilancerà il paese e il lavoro? A tutti questi interrogativi ha provato a rispondere un convegno organizzato a Roma dal manifesto, Liberazione e il Centro Diritti del Lavoro-Sinistra Europea. Si è aperto parlando di frammentazione del mondo del lavoro e della sua rappresentanza, moderatore Piero Sansonetti. Il professor Alleva ha affrontato il tema della mirabolante pluralità di forme che prende ormai l’impresa, processo velocizzato grazie alla legge 30, con cessioni di rami, passaggi a società controllate dallo stesso gruppo, esternalizzazioni, appalti. E’ caduta la dialettica diretta tra prestatore di manodopera (il lavoratore) e utilizzatore (l’impresa), principio che lo Statuto del `70 dava per scontato. La soluzione può essere quella di riconoscere la responsabilità ai datori di tutta la filiera degli appalti, a partire dai grandi gruppi e brand che spesso stanno a monte, e assicurando pari condizioni ai diversi prestatori di manodopera di un medesimo comparto, anche quando sono iper frammentati.

Il professor Di Stasi ha messo al centro del suo intervento l’articolo 19 dello Statuto – uno dei limiti più evidenti della carta – solo parzialmente corretto con il referendum del 1995. L’articolo favorisce solo i sindacati maggiormente rappresentativi e firmatari dei contratti nazionali, premiando di fatto soltanto i confederali a scapito delle organizzazioni di base. Con il referendum, il pubblico impiego ha in parte corretto il tiro, permettendo a tutti i sindacati di avere delle Rsu riconosciute e di misurare la rappresentatività reale delle diverse sigle, ma urge comunque una riforma dei criteri della formazione della rappresentanza. Eloquente l’ultimo contratto dei metalmeccanici, con la Fiom che – non avendo firmato – rischiava di perdere le agibilità pur essendo il sindacato maggiore. Andrebbe fissato un criterio per la validazione degli accordi firmati con le parti datoriali – preventivamente e in fase di approvazione – oltre a possibili chiamate al voto dei lavoratori quando il sindacato è diviso. Un percorso, quello dei referendum, che Fim, Fiom e Uilm affrontano con la piattaforma unitaria (vincendo le resistenze della Cisl e i non grandi entusiasmi di una parte della stessa Cgil).

Intervenire per legge su questo tema? Non sarà cosa facile, poiché una parte dell’Unione non sembra disposta «a entrare in questioni – parole del senatore Tiziano Treu (Margherita) – che riguardano i sindacati». La seconda parte del dibattito, coordinata da Gabriele Polo, ha affrontato i temi dello sviluppo della legislazione sul lavoro. Sulla legge 30, Treu auspica «modifiche mirate»: sulle forme più precarizzanti, sulla moltiplicazione degli appalti, sul massimo ribasso nelle gare pubbliche. Puntare a una «tendenziale stabilizzazione» dei rapporti di lavoro, incentivando i contratti a tempo indeterminato. Concorda Cesare Damiano (Ds), che parla della reintroduzione del credito d’imposta per chi crea contratti di qualità. In ogni caso, è la tesi di Damiano, non si potrà tornare al lavoro degli anni Settanta: «La flessibilità è connaturata al sistema, ma non deve diventare precarietà. Servono ammortizzatori sociali – sussidi, formazione e centri per l’impiego – che accompagnino i lavoratori all’ingresso o nei momenti di crisi». Fondamentale, però, è riavviare l’economia, e per questo serve l’intervento pubblico. Fondi recuperati dalla tassazione delle rendite, propone Paolo Ferrero (Prc): il pubblico incentivi la ricerca, non entrando necessariamente nella proprietà delle industrie. Fondamentale, però, è che servizi base come la sanità siano del tutto pubblici. Per scoraggiare le imprese dall’uso dei collaboratori, vanno parificati i contributi pensionistici: punto che trova d’accordo Damiano e Ferrero. Per i disoccupati, il Prc chiede un salario sociale (composto da servizi e reddito).