Tante imprese poco fatturato

Oltre quattro milioni di imprese e cioè una ogni cinque persone che lavorano o una ogni 13 abitanti: il tutto escludendo le aziende agricole, il sommerso e l’economia illegale. I dati di sintesi dell’archivio delle imprese aggiornato al 2004 e diffusi ieri dall’Istat fanno comunque una certa impressione, anche se è già da qualche anno che l’istituto fa notare l’elefantiaco numero di imprese attive nel nostro paese.
La cosa può fare impressione non tanto per il numero in sé, elevatissimo, quanto piuttosto per la dimensione media, veramente bassa. Vale la pena di citare qualche dato. A 4.3 milioni di imprese corrispondono infatti 16.4 milioni di addetti: meno di quattro addetti in media dunque. Oltre un terzo degli addetti, però, sono classificati fra gli indipendenti: il titolare, qualche figlio, qualche socio, più la schiera dei soci delle 50 mila cooperative. I dipendenti in senso stretto dunque sono meno di 11 milioni, e sono cioè appena più di due per impresa. Le imprese con un solo addetto sono 2.5 milioni, e la metà degli addetti lavora in imprese con meno di dieci addetti. Sul fronte opposto, le grandi imprese con almeno 250 addetti sono solo 3.400 e danno lavoro a 3.3 milioni di persone. Un po’ meno di un lavoratore dipendente su tre lavora in una di queste grandi imprese.
La metà delle imprese fattura (o meglio, dichiara di fatturare) meno di 50 mila euro all’anno e la loro dimensione media è di circa 1.2 addetti, compreso il proprietario. E’ chiaro dunque che questi imprenditori certamente non sono fra «i ricchi che piangeranno» e comunque non rientrano nella definizione di classe media adottata dal centro destra. Le imprese che fatturano invece almeno un milione di euro l’anno sono circa 270 mila e sono meno di 5 mila quelle con almeno 50 milioni di fatturato.
Ovviamente il commercio, i servizi e le costruzioni sono il regno delle imprese minuscole. In questi settori operano 3.7 milioni di imprese e il 93% delle imprese con un solo addetto, ma «solo» due terzi dei lavoratori dipendenti. Ma attribuire il nanismo solo al negozietto sotto casa o alla marea delle libere professioni sarebbe un errore. Anche nell’industria manifatturiera infatti il nanismo imperversa.
Basti pensare che su oltre mezzo milione di imprese industriali, ben 182 mila hanno un solo addetto e 150 mila dichiarano di fatturare meno di 50 mila euro, mentre solo il 23% degli addetti lavora in imprese di grandi dimensioni. Nell’industria meccanica, il pezzo forte del nostro export, sono attive più di 40 mila imprese, e sebbene la dimensione media sia relativamente meno bassa (13.8 addetti) circa due imprese su cinque non hanno nessun dipendente a parte il titolare. In altri settori della manifattura, come ad esempio il tessile e l’alimentare, la dimensione media è abbondantemente al di sotto dei dieci addetti, mentre ovviamente nell’industria chimica e in quella dei mezzi di trasporto i numeri sono più grandi, anche se non si va oltre i 40 addetti in media.
Il confronto con i paesi Ue aggiunge una dimensione all’anomalia del nostro tessuto produttivo. Secondo i dati diffusi da Eurostat pochi giorni fa e riferiti al 2003, nell’industria manifatturiera abbiamo il doppio delle imprese attive in Germania e quasi la metà degli addetti, il che significa una dimensione media quattro volte inferiore, con un costo medio del lavoro di un terzo più basso (31 mila euro contro 44) e margini lordi di profitto più elevati. Altro che cuneo.
Un’occhiata infine alle ragioni sociali restituisce una realtà che è capitalista solo nei rapporti con il mondo del lavoro. Le ditte individuali sono la stragrande maggioranza: (2.8 milioni, 1.6 addetti in media). Il resto sono società, la maggior parte di persone mentre sono solo 618 mila le società di capitali (più o meno una su sette), le quali con 13 addetti in media assorbono il 70% del lavoro dipendente. Anche queste comunque rischiano poco: e così dai 4 milioni e spicci si arriva al paludato mondo delle meno di 300 imprese quotate nell’asfittica borsa di Milano.