Tante imprese in «nero»

Scovare gli evasori fiscali e contributivi non dovrebbe essere troppo difficile. E’ bastato che il servizio di vigilanza dell’Inps incrociasse i suoi dati con quelli dell’anagrafe tributaria e delle camere di commercio per far uscire fuori 440mila nomi di aziende che non hanno mai versato una lira di contributi previdenziali e 193mila che hanno tenuto un identico comportamento anche con il fisco. L’indagine ha riguardato soltanto le aziende nate tra il 2000 e il 2005, quasi 2 milioni e mezzo; la percentuale di evasione è perciò vicina al 18%. Disaggregando i dati risulta che buona parte delle «aziende fantasma» fa affari nell’agricoltura o nell’edilizia, con percentuali rilevanti anche nel piccolo commercio e nel terziario; mentre nel manifatturiero i «regolari» sfiorano il 95‰. Non mancano le sorprese, come quel 7% di società immobiliari che non hanno ritenuto oportuno farsi conoscere dal fisco o quel 22% che hanno fatto lo stesso con l’Inps.
La piaga dell’evasione è ben distribuita su tutto il territorio nazionale, con punte da brivido in Sicilia (quasi 50mila imprese), Lazio (54mila), Campania (59mila), Lombardia (oltre 61mila).
Si potrebbe pensare che il raffronto incrociato permetta di quantificare il numero delle imprese con comportamenti illegali, ma non l’individuazione nominativa. Niente di più sbagliato. Il semplice accostamento delle tre banche dati permette infatti di dare un nome e un cognome a ognuno degli «imprenditori» scorretti, ma anche di avere un’idea abbastanza precisa sul volume di affari di ogni impresa, evidenziando le «incoerenze» tra quanto dichiarato alle camere di commercio e quanto ammesso o nascosto ad altro soggetto istituzionale. Quindi, indirettamente, anche della massa di risorse che vengono sottratte ai bilanci dell’Inps (e che permetterebbero forse di ridurre di molto gli allarmi per la «gobba», depotenziando le pressioni in favore dell’ennesima «riforma» peggiorativa del sistema pensionistico), nonché a quelle dello stato.
Un governo preoccupato dello stato dei conti pubblici non dovrebbbe perciò avere problemi nel promuovere un decisa azione di recupero di queste risorse. Basta non prendere esempio da quello precedente. Dai dati del ministero del lavoro, infatti, emerge che nel primo trimestre di quest’anno l’attività degli ispettori del lavoro – sotto la direzione del duo Maroni-Sacconi – è addirittura diminuita del 17,8%, con un drammatico calo dell’evasione contributiva recuperata (-46,3%).
Chiaro che se lo stato «fa capire» di non voler interrompere le prassi illegali l’evasione non potrà che aumentare. Ed è qui che trova conferma l’impressione che una quota così alta di evasione sia una sorta di «margine di flessibilità» in più per sostenere la «competitività» delle imprese. Una deriva politica e culturale che vede in ogni «garanzia» del lavoro una sorta di «rendita di posizione». Da abbattere.