Tank israeliani nella Striscia, Gaza rivive l’incubo dell’invasione

I palestinesi presto potrebbero fare i conti con una nuova devastante offensiva israeliana nella Striscia di Gaza, dopo quella scattata alla fine di giugno (Piogge d’estate) dopo la cattura di un soldato israeliano (Ghilad Shalit) da parte di un commando palestinese. Ieri la popolazione ha capito che l’avanzata dei reparti corazzati israeliani potrebbe essere una questione di giorni, se non di ore, quando i carri armati si sono spinti nell’Asse Filadelfi, che corre lungo il confine fra la Striscia e l’Egitto. Non accadeva dall’estate del 2005, quando Israele ha evacuato soldati e coloni da Gaza. I mezzi corazzati hanno raggiunto una profondità di tre chilometri, ufficialmente alla ricerca di tunnel utilizzati per il contrabbando di armi – i servizi segreti israeliani dicono che le fazioni palestinesi starebbero dotandosi di armi sofisticate – ma forse anche per impedire il rientro a Gaza del ministro dell’interno ed uno degli esponenti di spicco di Hamas, Said Siam, che nei giorni scorsi si è recato a Teheran e Damasco. Ieri sera i carri armati erano ancora nell’Asse Filadelfi nonostante il primo ministro Ehud Olmert, in visita ufficiale a Mosca, abbia dichiarato che Israele «non ha alcuna intenzione di restare in alcun posto a Gaza». Nel frattempo non cessa il bagno di sangue. Altri quattro palestinesi sono stati uccisi (due a Rafah e due a Jabaliya), uno dei quali, Ashraf Muasher, aveva partecipato alla cattura di Ghilad Shalit. Dalla fine di giugno ad oggi sono stati uccisi circa 280 palestinesi a Gaza, molti dei quali erano civili.
Il rischio di una nuova operazione militare israeliana non attenua il muro contro muro tra il presidente Abu Mazen e Hamas. Le possibilità che le due parti possano trovare una intesa per un governo di unità nazionale sono ormai nulle e si parla ora della nascita di un esecutivo composto da tecnici. Questa ipotesi, avanzata martedì sera da Abu Mazen durante un incontro a Ramallah, viene considerata con attenzione dal movimento islamico, poiché rappresenta un’alternativa al riconoscimento di Israele posta dal presidente come condizione alla nascita di un governo di unità nazionale. I leader di Hamas stanno valutando anche la proposta del mediatore egiziano Omar Suleiman che prevede la formazione di un esecutivo guidato simbolicamente dal leader di Hamas in esilio a Damasco, Khaled Mashaal, che dovrebbe rimanere in carica un anno e preparare nuove elezioni legislative e presidenziali. L’aggravarsi dello scontro politico interno – condannato peraltro dalla popolazione – è frutto anche delle pressioni di Washington e Tel Aviv che incitano Abu Mazen a «liberarsi» con la forza del governo di Hamas. Martedì sera Abu Mazen ha anche dato un calcio alla democrazia palestinese. «Se mi dicono di scegliere tra pane e democrazia, io senza dubbio scelgo il pane. Restare in questa situazione è impossibile», ha detto lasciando intendere che farà uso dei suoi poteri per risolvere la crisi economica che ha portato alla fame migliaia di palestinesi a causa dell’embargo internazionale. Abu Mazen ha in mente un referendum popolare sul governo di Hamas. «Mi rivolgerò al popolo», ha detto, anche se lo Statuto palestinese consente al presidente di sciogliere il governo ma non prevede l’istituto del referendum. Il rais palestinese continua a perdere consensi, non solo tra la gente – molto colpita dalle notizie di stampa su finanziamenti americani ai palestinesi che si oppongono ad Hamas – ma anche tra i quadri del suo partito, Al-Fatah. Tre giorni fa si è chiusa con un fallimento la riunione del Comitato centrale di Al Fatah da cui Abu Mazen si attendeva pieno sostegno alla sua linea. Durante i lavori è giunto da Tunisi lo «stop» del segretario generale del partito, Faruk Qaddumi, all’idea di un governo di tecnocrati e così molti membri dell’assemblea hanno scelto di non schierarsi. Kaddumi nei giorni scorsi ha sottoscritto con Khaled Meshal un «memorandum d’intesa» nel quale si afferma che l’interesse nazionale palestinese è ben lontano dalle richieste avanzate da Stati Uniti e Ue per rompere l’isolamento dell’Anp: il riconoscimento dello Stato ebraico, il ripudio della lotta armata e l’impegno a rispettare gli accordi passati israelo-palestinesi.