Tagli Opel, i «selvaggi» al bivio

I«selvaggi» della Opel, che per una settimana avevano bloccato gli stabilimenti senza autorizzazioni sindacali e infischiandosene delle consuete procedure, sono tornati la sera del 20 ottobre alla disciplina civilizzatrice della catena di montaggio. Anche se in mano hanno solo un pugno di mosche: un comunicato sbandierato dalla IG Metall come una vittoria perché certificherebbe l’apertura di un negoziato sul futuro delle fabbriche di Rüsselsheim, Bochum, Kaiserslautern, Eisenach. Vi si legge che le parti intendono «renderle così competitive, da assicurare un loro futuro come centri di produzione automobilistica oltre il 2010». Ma General Motors non rinuncia affatto al piano di togliersi dai piedi diecimila dipendenti in Germania, il cui annuncio il 10 ottobre aveva fatto scattare lo sciopero spontaneo a Bochum. Un blocco organizzato dai fiduciari di reparto e da alcuni delegati nel consiglio di rappresentanza aziendale, il Betriebsrat, scavalcando le resistenze dei dirigenti del Betriebsrat medesimo. A sciopero finito cominciano a circolare liste più precise dei tagli previsti: 4500 posti di lavoro a Rüsselsheim, 4100 a Bochum, 600 a Kaiserslauten, 100 a Eisenach. Chi resterà dovrà rinunciare a pezzi di salario (che alla Opel superano del 20% le tariffe del contratto nazionale). Gli orari torneranno massa di manovra.

Lo sciopero di Bochum ha almeno avuto il merito che se ne parlasse sulle prime pagine dei giornali, e non solo in trattive che si trascineranno per settimane a porte chiuse. «Anche se alla fine perderemo, perché dovremmo arrenderci subito?», diceva senza alcuna euforia uno degli Opelianer ai cancelli. Che si cerchi di vender cara la pelle è ragionevole.

Ma dall’altra parte delle barricate son venute reazioni esagitate. «Scioperi selvaggi sono inammissibili e illegali. Mettono in pericolo gli investimenti in Germania, portano a una radicalizzazione e nuocciono alla pace aziendale», tuonava per esempio Dieter Hundt, presidente dell’associazione dei datori di lavoro. Ma come si fa a mantenere la «pace aziendale» se la tua fabbrica chiude o minaccia di licenziarti?

Sul piano strettamente giuridico Hundt ha ragioni da vendere. La legislazione sul lavoro consente uno sciopero solo al termine di un percorso complesso: negoziati preliminari, constatazione del fallimento delle trattative, consultazione dei dipendenti, maggioranza del 75% per cento a favore dello sciopero. Un corsetto soffocante, che però – inserito com’è nel sistema della cogestione – è controbilanciato da non pochi poteri di controllo sindacale sulle decisioni manageriali.

Questo sistema di relazioni sociali ha funzionato negli anni della crescita. Per molti è stato uno dei fattori che hanno reso possibile il boom del dopoguerra. Nella crisi attuale, con quasi cinque milioni di disoccupati, i salari sotto tiro, e un governo (socialdemocratico) dedito a smontare pezzo a pezzo lo stato sociale, sembra non ci siano più margini per cogestire alcunché.

Il più scatenato sul fronte padronale, il presidente della confidustria (Bdi) Michael Rogowski, impreca in un’intervista al settimanale Stern contro la cogestione, e la definisce «un’aberrazione della storia».

Se Rogowski parla così, vuol dire che il «capitalismo renano» è alla frutta. La Repubblica federale, con due forti partiti «popolari» in competizione tra loro ma entrambi garanti del compromesso sociale incarnato dalla «economia sociale di mercato», non c’è più. Qualcuno sospetta che sia già morta da tempo, insieme alla Repubblica democratica tedesca.

Allora però non ci si scandalizzi degli scioperi selvaggi, camuffati da «assemblea» permanente (le maestranze hanno pur diritto a essere informate), per evitare sanzioni. La Opel di Bochum ha una tradizione ribelle. Costruita nel cuore della Ruhr, sul terreno di una miniera di carbone chiusa negli anni `50, ha conservato lo spirito delle prime generazioni di minatori-metalmeccanici. Non è un caso che la protesta sia cominciata lì. Ma non è detto che lì resti confinata.

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