Tagli e precariato, la Francia si è fermata

Da Parigi a Marsiglia, un milione in piazza contro le scelte del governo di destra
Anche nella maggioranza fa breccia la consapevolezza che di fronte alla crisi il premier fa poco

Lo sciopero unitario, indetto dai sindacati francesi, ha avuto successo. Centocinquantamila manifestanti a Parigi, centomila a Marsiglia, quindicimila a Lione e a Lille. Nell’intera Francia un milione di persone in piazza. Tutti i settori del mondo del lavoro,
pubblico e privato, si sono fermati. Un’alta percentuale di adesioni è stata registrata tra i ferrovieri e gli insegnanti, ma in generale i lavoratori della funzione pubblica hanno largamente aderito all’appello lanciato dai sindacati e dai partiti di opposizione, per una volta uniti in uno schieramento che andava dai socialisti sino ai trotskisti.
La parola d’ordine era la difesa dell’occupazione, del potere d’acquisto dei salari e dei diritti dei lavoratori. La giornata di ieri non è stata scelta per caso: infatti le manifestazioni si sono svolte mentre all’Assemblea Nazionale riprendevano i lavori parlamentari dopo la pausa estiva. L’azione e le proposte di legge del governo diretto da Dominique de Villepin erano al centro della protesta sindacale. In modo particolare il mondo del lavoro e la sinistra francese criticano una delle scelte più impegnative del governo: quella di introdurre dei «nuovi contratti di assunzione», che permettono alle aziende di assumere più facilmente a tempo determinato e con un’ampia libertà di licenziamento nei primi due anni. Si tratta di una spinta verso il precariato, che preoccupa molti e che mette seriamente in discussione la tenuta del modello sociale francese , che compie proprio in questi giorni i suoi 60 anni.
La lotta contro un’eccessiva e dannosa flessibilità e la richiesta di una difesa dei salari e del potere d’acquisto delle famiglie sono dunque temi comuni sia alla Francia sia all’Italia. Un sondaggio reso pubblico due giorni rivelava che il 72% dei francesi comprendevano e condividevano le ragioni dello sciopero di ieri. Alla testa del corteo di Parigi vi era una delegazione di lavoratori della Hewlett Packard, il colosso informatico Usa, una delle più grandi multinazionali del settore, che ha annunciato di volere licenziare 1240 dipendenti del suo sito francese a Grenoble. La Hewlett Packard non è un’azienda in crisi e il piano di licenziamenti annunciato in Francia e in altri paesi europei sembra corrispondere piuttosto ad esigenze finanziarie. I lavoratori presenti alla manifestazione a Parigi hanno dichiarato che i loro compagni tedeschi li hanno invitati a battersi «perché soltanto in Francia, forse, è ancora possibile opporsi agli aspetti negativi della globalizzazione».
Il capogruppo socialista all’Assemblea Nazionale, nonché sindaco di Nantes, Jean-Marc Ayrault, ha denunciato «una situazione economica, politica, sociale e morale del paese che si è aggravata negli ultimi mesi». Anche l’Udf, il partito di centro che fa parte della maggioranza parlamentare senza essere al governo, ha riconosciuto le ragioni della protesta e ha duramente criticato l’azione dell’esecutivo Villepin, «che invece di occuparsi dei veri problemi del paese si perde in dispute tra il premier e il suo secondo». Il riferimento è al contrasto tra Villepin e il ministro Sarkozy.
La crisi sociale francese si è già manifestata in due terremoti elettorali: la mancata partecipazione di Jospin al secondo turno nel 2002 in favore di Le Pen e nel rifiuto della Carta europea nel maggio scorso. Il malessere che attraversa la società transalpina attende ancora di essere rappresentato adeguatamente. I prossimi mesi – e in particolare il congresso del Ps- permetteranno di capire se la sinistra francese sarà capace di trasformare la protesta in un progetto politico credibile.