“Taboo”. Le provocazioni di Leigh Bowery

A poco più di dieci anni dalla morte di Leigh Bowery (Sunshine, Australia 1961, Londra 1994), la British School di Roma dedica una personale all’artista che meglio ha rappresentato la “club culture” londinese degli anni ’80 e ’90. Bowery è stato performer, stilista, musicista, trasformista e modello prediletto di Lucian Freud. Una quantità di ruoli interpretati, tutti, sopra le righe con spirito provocatorio e trasgressivo assolutamente liberato da qualsiasi taboo. La mostra non a caso prende in prestito il termine taboo per il suo titolo, con un riferimento che riguarda anche la serata animata di cui, a metà degli anni ’80, Bowery fu straordinario protagonista nel celebre Maximus, locale londinese di Lancaster Square.
Curata da Cristiana Perrella e con il contributo del British Council, la mostra presenta un copioso repertorio di costumi di scena e acconciature realizzati dall’artista, affiancato agli scatti fotografici di Fergus Greer, Nick Night, Annie Leibovitz che hanno immortalato Leigh Bowery nelle sue posture più tipiche. Una sezione in particolare raccoglie flyers, foto amatoriali scattate durante le serate nei club, lettere ed altro materiale adatto a restituire il clima e l’atmosfera di quegli anni. Di grande interesse i video proiettati, documentazione, tra l’altro, della collaborazione di Bowery con la galleria Anthony d’Offay nell’88. Una sezione a parte è dedicata al rapporto fra l’artista e Lucian Freud, di cui è fornita ampia documentazione fotografica attraverso gli scatti di Bruce Bernard.

Leigh Bowery arriva a Londra nel 1981. Sono anni in cui il movimento punk imperversa nella metropoli, facendosi portavoce di un linguaggio anticonvenzionale e alternativo rispetto all’ortodossia bacchettona e conservatrice thatcheriana. Musica, moda, mezzi di comunicazione, cultura metropolitana: tutto si contamina. Sex Pistols, Vibrators, Clash ma ancor prima Bowey e Kemp gli interpreti più rappresentativi del movimento underground londinese.

Questo è il clima in cui Leigh Bowery si esprime, tra performance art e cultura dei club, anche se sembra diffidare della popolarità mediatica e preferisce esibirsi rivendicando una sua autonomia espressiva. Nelle sue performance l’autoespressione del corpo è protagonista assoluta. Le apparizioni di Bowery sono caratterizzare dall’insistita esibizione di una femminilità volgarizzata che prende forma, attraverso il travestimento, in figure transessuali o ermafrodite.

Di particolare impatto il video “Maternity”, in cui egli si esibisce su un palco con un travestimento costituito da una sorta di imbracatura, preparata per simulare una avanzata gravidanza. D’improvviso si adagia su di un tavolo e simula il parto: dall’imbracatura fuoriesce il neonato, con tanto di cordone ombelicale che verrà reciso. Fiero e senza tracce di fatica, con in braccio il neonato (una contorsionista cosparsa di liquido simil amniotico), Bowery si aggira fra gli astanti, con aria soddisfatta.

Il performer australiano, dal suo arrivo a Londra fino alla morte di Aids la notte di capodanno del 1994, si è fatto portavoce dello spirito anticonformista, edonistico, trasgressivo della club culture di quegli anni, al di fuori delle gallerie e dei musei. E’ forse questa sua estraneità ai luoghi istituzionali dell’arte che gli ha permesso di esprimersi, vantando una libertà creativa che altrove non gli sarebbe stata concessa. Una libertà che spesso ha sconfinato in forme di esasperazione estrema, crude e autocentrate ma cha ha avuto ragione e merito di esprimersi come legittima e libertaria risposta alla cupezza repressiva, castrante e censoria di quegli anni.