Svelato l’inganno dei cocoprò

L’Ispettorato del lavoro di Roma ci appare come il bambino della famosa favola di Andersen che rivela candidamente la nudità dell’imperatore di fronte a sudditi e a cortigiani sino a quel momento ciechi o anestetizzati. La scossa più forte viene in realtà dalla decisione dell’Ispettorato medesimo che in ragione delle proprie prerogative ha disposto che Atesia assuma a tempo indeterminato tutti e 3.200 i lavoratori a progetto in forza presso il call center del gruppo Cos, adeguando la forma alla sostanza di quei rapporti di lavoro.
La replica dell’azienda, sostenuta da tutta la stampa di ispirazione confindustriale, è che, così facendo, ci si macchia di una colpa (se ci capite) «capitale»: la turbativa di mercato, questo «dio ascoso» che domina e governa la nostra esistenza, punendo severamente chi si sottrae alle sue incorruttibili leggi. La punizione, precisamente, sarebbe il licenziamento (inevitabile) di migliaia di lavoratrici e lavoratori e la delocalizzazione dell’attività presso paesi meno succubi del giogo ideologico che sta stringendo il cappio sull’economia italiana. Ora, una volta depurata questa spudorata menzogna dell’aura di necessità di cui viene ammantata e una volta chiamatala con il nome che le si conviene, vale a dire ricatto, sarebbe necessario rivolgere a questi demiurghi della moderna società la domanda che sta a monte delle altre e che tutte le riassume: quale civiltà, quale sistema di relazioni sociali, quale mondo lor signori pensano mai di edificare su presupposti così disumani e in virtù di quale superiore convenienza non si dovrebbe buttare tutto all’aria?
Un esercito di lavoratori ad ogni effetto subordinati e dipendenti vengono trasformati, ope legis, in lavoratori autonomi e indipendenti con il solo palese scopo di farne manodopera a basso costo, disponibile all’uso e all’abuso di sé perché deprivata di ogni diritto. Semplicemente, si è dato a un sopruso e a un mero rapporto di forza la dignità del diritto e al diritto una sorta di legittimazione naturale.
Allora, facciamo così: ricominciamo da capo, rovesciamo il paradigma. E proviamo a convincerci che proprio nella società che più di ogni altra ha sviluppato le sue potenzialità produttive, la sola flessibilità utile non è quella del lavoro, ma quella dell’impresa e che la sola intrapresa compatibile è quella che si realizza nel rispetto della dignità umana e nella valorizzazione di ogni persona. Se questo principio eversivamente costituzionale trovasse sicura accoglienza nel governo in carica, anche al ministro Damiano riuscirebbe più facile abbandonare gli improbabili sofismi con cui -per salvare le capre e i cavoli- rischia di introdurre nuove divisioni e reiterare antiche ingiustizie, frustrando le legittime aspettative di milioni di persone.
Converrà che anche il sindacato si incarichi di ricordarglielo.

P.S. L’ineffabile Pietro Ichino, fustigatore indefesso dei vizi dei lavoratori e delle incrostazioni ideologiche del sindacato, ne ha inventata un’altra: una legge che consenta alle pubbliche amministrazioni di licenziare, ogni anno, un lavoratore ogni cento per scarso rendimento e di sostituirlo con un precario di agile gomito e di belle speranze. Il meglio sta nella clausola di salvataggio: il licenziato potrebbe salvare il posto indicando (prove alla mano) un collega più fannullone di lui. Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà!

*Segr. gen. Camera del Lavoro di Brescia