Sunniti e sciiti, la guerra che non c’era

Uno scenario previsto, ma ignorato

Il proclama con il quale Abu Mussab al Zarqawi – capo rete di Al Qaeda in Iraq – ha dichiarato la «guerra totale contro gli sciiti» costituisce una conferma concreta della radicale diversità di obiettivi e di strategia fra i terroristi che fanno capo alla organizzazione di Osama bin Laden e la resistenza nazionale irachena, sia militare che politica; anche se non è escluso che una parte della guerriglia sunnita, come affermano fonti dei servizi americani citate dal “Times” di Londra, possa aver operato la scelta tattica di fare fronte comune con gli elementi “jihadisti” di Zarqawi, che secondo ogni evidenza dispongono di mezzi e di forze superiori a quello che forse le stesse fonti Usa si aspettavano.
Una «guerra contro gli sciiti» può essere perseguita da chi mira a disintegrare l’Iraq come Stato unitario o quanto meno a creare uno stato di destabilizzazione e di ingovernabilità permanente; questo non è certamente l’obiettivo della resistenza nazionale né della comunità sunnita come tale, che hanno invece come priorità la cacciata delle forze di occupazione e la salvaguardia dell’unità dell’Iraq e della sua identità nazionale (se possiamo usare un termine che ha riferimento all’esperienza storica europea e che rischia quindi di peccare di eurocentrismo). Al contrario gli uomini di Al Qaeda seguono una strategia che non ha certo come priorità gli interessi “nazionali” di quel Paese e del suo popolo: l’obiettivo è colpire comunque l’America, impantanarla sempre di più in una conflittualità senza fine e in prospettiva saldare i conti con i regimi “filo-americani” della regione, a cominciare da quelli dell’Arabia saudita e dell’Egitto. Non è certo un caso che fra gli “stranieri” che militano nelle file di Al Zarqawi (naturalmente nella misura in cui un arabo può essere considerato “straniero” per un altro arabo) la maggioranza provengano dall’Arabia saudita e gli altri dai movimenti integralisti di numerosi Paesi come la Giordania (da cui è originario lo stesso Zarqawi), l’Egitto e i Paesi del Maghreb.

Ben diversi, dicevamo, gli obiettivi strategici della resistenza. Nessuna delle sue formazioni – ad eccezione di qualche gruppo integralista o di frazioni composte da “fedelissimi” di Saddam Hussein – ha mai firmato attacchi contro gli sciiti o attentati indiscriminati contro i civili; al contrario, in occasione di alcuni dei più gravi attentati contro moschee o manifestazioni religiose sciite, esponenti religiosi e politici della comunità sunnita – a cominciare dal Consiglio degli ulema – si sono recati ad esprimere la loro solidarietà ai “fratelli” così duramente colpiti. E quella del contrastare in ogni modo le spinte contro la guerra civile o comunque contro una “libanizzazione” dell’Iraq è del resto la linea di organizzazioni-ombrello come il National Foundation Congress (Congresso per la fondazione nazionale), guidato dall’ayatollah sciita Al Khalisi, e il più ampio Congresso costituente patriottico riunitosi nel febbraio scorso, entrambi costituiti da una articolata varietà di gruppi e di formazioni facenti riferimento a tutte le etnìe (curdi inclusi, anche se in posizione decisamente minoritaria) e le confessioni religiose dell’Iraq.

Da parte di queste forze, il rifiuto del terrorismo “jihadista” è netto ed esplicito, e lo stesso dicasi per la logica del “tanto peggio quando meglio” che può invece far presa su elementi legati al vecchio regime.

Secondo le citate fonti dei servizi americani, che valutano in circa 16mila i guerriglieri sunniti, sarebbero proprio quelli del cosiddetto “Esercito di Maometto”, definito «vicino al regime baasista di Saddam», ad avere aderito al patto con Zarqawi, mentre sarebbero circa 6.700 gli «estremisti islamici duri e puri» di provenienza sunnita; senza dimenticare, peraltro, che le fonti americane hanno ovviamente tutto l’interesse a confondere terrorismo e resistenza facendo di ogni erba un fascio. Secondo quelle fonti Zarqawi controllerebbe ormai la zona di Ramadi, uno dei punti forti della resistenza sunnita; ma va ricordato che al tempo del martirio di Falluja anche quella città era presentata come feudo di Zarqawi, del quale invece non fu trovata traccia. Resta il fatto che chi punta alla guerra civile è portato logicamente ad alzare il tiro costantemente, quanto maggiori sono le resistenze contrarie; per questo è lecito guardare con una certa preoccupazione alla data di lunedì prossimo, 19 settembre, quando centinaia di migliaia di pellegrini sciiti affolleranno la città santa di Kerbela per l’anniversario della nascita del “mahdi”, il dodicesimo Imam “scomparso” nel IX secolo e di cui si attende il ritorno; una occasione d’oro per chi vuole continuare a giocare al massacro.