Sulle tracce dell’oro nero, il tricolore in Mesopotamia

In nome del petrolio novantamila iracheni vennero uccisi nel corso della “pacificazione” britannica seguita alla fine dell’Impero Ottomano. In nome del petrolio l’aereo su cui viaggiava Mattei venne sabotato, e l’inchiesta sull’incidente rapidamente archiviata. In nome del petrolio l’Iraq viene nuovamente invaso da una “coalizione di volenterosi paesi” fermamente intenzionati a mettere le mani sull’importante risorsa e, sempre in nome del petrolio, l’Italia di Berlusconi si schiera fra questi.
In nome del petrolio è il titolo del nuovo libro di Benito Li Vigni, prolifico autore che ha deciso di trasformare la sua approfondita conoscenza dell’argomento – risultato di una vita passata all’Eni come dirigente e, soprattutto, degli anni trascorsi con Enrico Mattei – in uno sguardo critico ma realistico sulla questione più calda del momento, impossibile da comprendere senza ripercorrerne la storia. Ed è proprio la mancanza di una dimensione storica che In nome del petrolio (Editori riuniti, pp. 380, 20 euro) va a colmare. Non a caso il sottotitolo – Da Mussolini a Berlusconi gli affari italiani in Iraq – delinea il percorso storico che Li Vigni traccia utilizzando un’infinità di documenti di prima mano e una notevole capacità letteraria che non guasta quando si tratta di alleggerire una materia così complessa, a cui bisogna aggiungere il sincero rispetto per il lavoro di operai e ingegneri di ogni nazionalità che deriva dalla diretta esperienza sul campo.

La storia dell’interesse italiano per la Mesopotamia risale addirittura agli anni Venti quando una neonata Agip riesce a strappare qualche importante concessione petrolifera nel territorio monopolizzato dalle Sette sorelle. Allora come oggi, il libero mercato si giocava in punta di cannone e la cosiddetta “porta aperta” – come veniva definita la libera concorrenza – si riduceva a uno spiraglio fra i giganti inglesi e quelli americani. Dieci anni dopo, dimostrando eccezionale miopia, Mussolini cederà le concessioni in cambio del sogno imperiale, ovvero del via libera in Etiopia da parte della Società delle Nazioni che in cambio impongono delle sanzioni farsa invece di bloccare il flusso del greggio. Il tentativo di recupero messo in atto dal duce – con la partecipazione al golpe fascista del 1941 e l’invio di qualche aeroplano per difendere l’Iraq dall’avanzata degli inglesi non porteranno, com’è noto, alcun frutto.

L’Italia tornerà in Iraq soltanto nel 1958 quando il governo rivoluzionario del generale Kassem chiederà l’aiuto di Mattei per liberare il paese dalla stretta dell’Iraq Petroleum Company, una vicenda segretissima raccontata per la prima volta da Li Vigni. Gli accordi firmati con l’Egitto (1954) e con l’Iran (1957) rendono Mattei un interlocutore possibile per i dirigenti arabi imbevuti di nazionalismo nasserano e decisi a svincolarsi dalla stretta coloniale delle corporation petrolifere. Agli iracheni piacciono i discorsi del dirigente italiano ma piacciono soprattutto le misure concrete: quella formula impropriamente nota come 25/75 in contrapposizione al fifty-fifty imposto dagli anglosassoni. In realtà la formula Mattei era basata su di un coinvolgimento paritario dei paesi produttori: l’Eni avrebbe anticipato tutte le spese per la ricerca iniziale e, qualora fosse stato individuato un nuovo giacimento, lo Stato avrebbe versato metà delle spese diventando socio alla pari. Sui profitti, equamente suddivisi fra l’azienda italiana e lo Stato produttore, l’Eni avrebbe versato un ulteriore cinquanta per cento: una politica praticamente opposta a quella imposta da Londra e Washington ai paesi produttori. Quanto la cosa possa aver dato fastidio a Big Oil è dimostrato dalla fine di Mattei e dalla repentina normalizzazione dell’Eni – con immediato sganciamento dall’Iraq – che ne è seguita.

Quarant’anni dopo, nell’Iraq soffocato dalle sanzioni, l’ente energetico italiano ormai semi privatizzato viene richiamato in Mesopotamia. Stavolta è Saddam a offrire concessioni in cambio di sostegno in sede Onu. Tra il 1997 e il 2000 vengono offerte, a condizioni vantaggiosissime, le licenze di sfruttamento di alcuni giacimenti del ricchissimo serbatoio iracheno che secondo Li Vigni, è più grande perfino delle riserve saudite. Alla russa Lukoil vanno i giacimenti di Qirna ovest, ai francesi della TotalFinaElf vanno Magnum e Nahr ‘Umar, agli italiani dell’Eni vengono assegnati i giacimenti di Nassiriya, con 2,5-4 miliardi di barili di riserve stimate. Quando partirà l’attacco ci penserà la “colomba” Powell a paventare ritorsioni verso i paesi disfattisti.

Che gli americani siano andati in Iraq per mettere le mani su di una riserva petrolifera sconfinata – secondo Li Vigni più di 300 miliardi di barili ancora relativamente intatti – non è un mistero per nessuno. Più difficile capire la trama geopolitica che c’è dietro – dalla definitiva spallata all’Opec, di cui l’Iraq è stato fra i fondatori, alla paura delle corporation di rimanere indietro rispetto alle imprese europee, fino al nuovo grande gioco nel quale, sostiene l’autore, il vero nemico da sconfiggere per Washington è un’Europa unita e forte. Ancora più difficile smascherare l’ipocrisia della guerra umanitaria nella cornice della quale sono stati spediti al fronte i militari italiani. Li Vigni lo fa mettendo uno dietro l’altro una serie di documenti riservati, stilati ben prima dell’attacco: ci sono le preoccupazioni degli americani per il contratto firmato dall’Eni nel 1997 (Suitors for Iraqi Oilfield Contracts datato 5 maggio 2001), i rapporti commissionati al ministero delle Attività produttive nel febbraio 2003 (che parla esplicitamente di occasioni da non perdere) e nell’aprile 2004, fino alle dichiarazioni dell’allora ministro degli Esteri Franco Frattini che, in un documento inviato alla Camera nell’anniversario della strage di Nassiriya, scriveva: «il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un solido investimento» determinato da «un calcolo razionale del nostro interesse» e di conseguenza «possiamo attenderci considerevoli benefici economici» dalla partecipazione alla guerra.

In nome del petrolio, comunque, non si limita a denunciare l’imbarbarimento connesso a un ritorno della gestione predatoria della questione energetica ma, nel confronto con la modernità dell’intuizione di Mattei che il petrolio sia cosa politica per eccellenza e che il suo sfruttamento vada gestito con una «buona politica priva di reminescenze imperialistiche e colonialiste» come scriveva lui stesso nel 1958, propone appunto un’altra strada. Una strada che, per non condurre all’inevitabile estensione del conflitto, passa per il ripensamento radicale della dottrina Bush che su quell’imperialismo vecchia maniera si fonda, uno sganciamento che solo un’Europa nuovamente protagonista può sperare di imporre anche a Washington.