Sulla Palestina e la guerra sono altri i circoli viziosi da rompere.

Intendo esprimere apertamente dissenso sull’articolo di Guido Caldiron pubblicato su Liberazione di Domenica 6 giugno. Le tesi espresse nell’articolo non sono nuove e rischiano di riprodurre dentro il movimento di solidarietà con la Palestina e il movimento No War lacerazioni e polemiche già vissute e – come era facilmente prevedibile – hanno trovato immediata sponda in Pigi Battista sul Corriere della Sera di oggi. Proverò a esprimere schematicamente e per punti i fattori di dissenso e i contributi per il confronto che viene invocato a fine articolo:

1) Le piazze svuotate dei pacifisti per timore che il “linguaggio di guerra copra le manifestazioni” non è certo un problema relativo alle manifestazioni per la Palestina. Al contrario, l’ultima manifestazione nazionale del 17 gennaio 2009 contro l’Operazione Piombo Fuso a Gaza, ha visto una partecipazione enorme, ed anche le manifestazioni di questi giorni nelle varie città hanno visto una mobilitazione tempestiva e numerosa che richiedevano l’immediata liberazione degli attivisti della Freedom Flottilla sequestrati dalle truppe israeliane e la condanna per l’ennesima “operazione di sicurezza” israeliana. Il problema semmai è la diventata la scarsa disponibilità/fiducia del popolo No War a scendere in piazza avendo come rappresentazione politica chi vota poi in Parlamento per il proseguimento della guerra in Afghanistan. I partiti della sinistra hanno pagato un prezzo politico pesantissimo su questo. Anche recentemente due diverse manifestazioni sotto il Parlamento (il 19 marzo e due settimane fa) hanno visto una presenza ridottissima di attivisti e attiviste. La rottura avvenuta nel luglio 2006 (assemblea al centro congresso Frentani) e il 9 giugno 2007 (manifestazioni separate contro la visita di Bush) non dà ancora segni di volersi ricomporre nonostante la Federazione della Sinistra abbia riconosciuto l’errore e si sia riposizionata positivamente.

2) Anche sulla Palestina il PRC pre-Chianciano si è giocato grandissima parte della connessione sentimentale con il suo popolo. L’equidistanza tra le ragioni dei palestinesi e quelle degli israeliani e la subalternità verso i diktat della lobby bipartizan filo-israeliana, non corrispondevano in alcun modo all’esigenza del “popolo della sinistra” di sostenere apertamente la resistenza palestinese e ciò negli anni scorsi ha provocato rotture profonde. Le tesi esposte nell’articolo di Caldiron tentano un ritorno al passato da cui è bene guardarsi (visti i risultati). Al contrario le indicazioni del segretario e del responsabile esteri del PRC a sostegno alla campagna di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni verso Israele indicano un atteso passo in avanti.

3) Gli immigrati ormai sono fra noi. Sono tanti e molti sono islamici. Il fatto che nella solidarietà con la Palestina abbiano trovato uno spazio di protagonismo politico che va oltre la propria condizione materiale (permesso di soggiorno, sanatorie etc.) dovrebbe rallegrare e non preoccupare le forze della sinistra. Il problema semmai è che per costruire un rapporto chiaro nei contenuti e leale nel confronto, la sinistra e i comunisti dovrebbero recuperare una identità politica forte da mettere a confronto con altre identità politiche forti, e definire così senza ambiguità i punti di convergenza e quelli di dissenso. La liberazione della logica dell’eurocentrismo appare però un passaggio obbligato per ogni ragionamento sulla costruzione di una visione internazionalista nel XXI° Secolo e in un mondo in cui le soggettività che agiscono nel campo degli oppressi sono assai diverse da quelle tradizionali a cui siamo abituati in Europa (dall’indigenismo in America Latina all’islam politico in Medio Oriente).

La presenza di immigrati e di comunità islamiche nelle nostre manifestazioni sulla Palestina è un indicatore di questa realtà e non può che essere volto al positivo, esattamente come la partecipazione delle reti di ebrei antisionisti o delle comunità cristiane di base. Spetta alla sinistra – se ne vuole essere capace – svolgere quella funzione di sintesi, autorevolezza ed egemonia che consenta a ognuno di manifestare in un ambito che definisce bene i propri contenuti.

4) Infine dobbiamo fare i conti con quella che un editore ebreo e di sinistra ha definito con acutezza la “genialità del male”. Una volta assunto quello nazista come l’orrore assoluto, è accettabile che tutto ciò che di orribile avviene nel mondo su una scala diversa sia sempre e comunque incomparabile? E’ ovvio che in molte manifestazioni e nella vita quotidiana la simbologia nazista o l’epiteto di fascista siano utilizzate per definire l’orrore o il disappunto per quello che di orribile si ha oggi davanti agli occhi. Scandalizzarsene diventa francamente incomprensibile.

La paura delle parole è stato uno dei “demoni” che ha divorato dall’interno la sinistra italiana negli ultimi venti anni (abbiamo ancora davanti agli occhi il linciaggio politico nel 2007 – anche a sinistra – dello scomparso Sanguineti). Questa paura ha impedito la discussione, l’elaborazione, la ricostruzione di un intellettuale collettivo di cui si sente estremo bisogno. A giorni ad esempio uscirà un libro con gli atti di un recente convegno (“Dieci domande sul sionismo”) che rappresenta il primo tentativo di analisi collettiva marxista di un progetto coloniale che per essere compreso in tutti i suoi aspetti va decostruito senza paura di misurarsi con la realtà. Il dibattito che accompagnerà la sua presentazione in tutta Italia sarà un occasione di confronto utilissima.

Se vogliamo cominciare a discuterne seriamente e lealmente, anche nella Federazione della Sinistra potrebbero esserci tutte le condizioni per farlo, tranne una però: quella di rifare un passo all’indietro (che ha portato la sinistra alla crisi attuale) come ci chiede l’articolo di Caldiron su Liberazione.

* Rete dei Comunisti e co-fondatore del Forum Palestina