«Sulla legge 30 no ai due tempi»

«Il problema della precarietà non si può affrontare a pezzi, intervenendo su questioni marginali come lo staff leasing o il job on call: in questo modo si inaugura una politica dei due tempi che rimanda gli interventi importanti a una data che non si vede. Se non assumiamo come obiettivo chiaro quello di abrogare la legge 30, rischiamo di arrivare ai tempi supplementari e poi ai rigori, senza mai vincere la partita contro il lavoro precario». E’ con una efficace metafora calcistica che Ugo Boghetta, responsabile lavoro di Rifondazione comunista, spiega il senso della partecipazione del Prc all’assemblea dell’8 luglio «Stop precarietà ora».
Il vostro partito è presente nel governo, ma nello stesso tempo promuove iniziative di movimento. Cosa ci dobbiamo aspettare sul fronte legge 30?
Rifondazione è tra le organizzazioni promotrici dell’assemblea dell’8 luglio e della manifestazione dell’ottobre prossimo, insieme alla Fiom, parte della Cgil, l’Arci, i Cobas e varie reti di lavoratori precari. Un movimento che abbraccia un ventaglio ampio, dai gruppi per il salario sociale ai cassintegrati dell’industria. Siamo presenti con le nostre parole d’ordine, per l’abrogazione della legge 30, della Bossi-Fini e della riforma Moratti. Ma facendo parte della coalizione che governa, sappiamo di aver sottoscritto un programma con tutti i partiti, e il nostro impegno è che sia realizzato in pieno. Ci pare però che il tema del lavoro non sia ancora al centro dell’azione di questo governo, nonostante l’Unione si sia impegnata in campagna elettorale, e per questo bisogna mobilitarsi nella società, perché tutte le promesse vengano mantenute.
Non siete convinti delle prime mosse del ministro del lavoro Damiano?
A differenza del ministro Damiano, che pensa di iniziare dal job on call e dallo staff leasing, forme assolutamente marginali, noi crediamo che la politica dei «due tempi» non vada bene. Bisogna, al contrario, dare un chiaro segnale di cambiamento, intervendendo subito sulle parti importanti. Noi parliamo di abrogazione perché sarebbe un segno chiaro, che aprirebbe il campo alla scrittura di una nuova legge. Già applicando veramente il programma, quando si parla di centralità del tempo indeterminato e della parificazione dei costi del lavoro flessibile, si arriverebbe a una sostanziale abolizione della 30: ma al contrario, se l’approccio è timido, moderato, frammentato, si perde il senso dell’operazione politica, e tutto viene rimandato ai tempi supplementari e ai rigori, senza vedere il fine partita. E tantomeno la vittoria.
Che tipo di lavoro proponete in alternativa?
Il tempo indeterminato deve tornare la forma tipica di occupazione, e il rapporto a termine una pura eccezione, giustificata, che deve essere trasformata in rapporto stabile nel caso in cui l’impresa la reiteri più volte. Prendiamo i cocoprò, ad esempio: sono stati utilizzati al posto del lavoro subordinato, ma in realtà sono pochissimi i casi in cui sarebbero realmente giustificati. Non certo nei call center, e per questo abbiamo criticato la circolare del ministro Damiano. Dovrebbero essere rapporti eccezionali rispetto al lavoro normale dell’impresa, retribuiti di più e con contributiequiparati al lavoro stabile, se non più alti. L’interinale dovrebbe cambiare, essere riservato solo alle qualifiche medio-alte.
Dunque in ottobre potremo ritrovare Rifondazione in piazza contro il governo?
Dipende dalle politiche che farà il governo: siamo ad inizio legislatura, e per ora i nostri parlamentari sono stati impegnati su questioni come l’Afghanistan. Credo però che il momento chiave in cui si potrà cominciare a parlare di lavoro sarà già il Dpef, e lì si dovrà capire se vogliamo uno sviluppo basato sulla compressione del lavoro – come è stato fino a oggi – o se invece vogliamo invertire la rotta. Il cuneo, ad esempio, dovebbe arricchire la busta paga. Le pensioni non si devono toccare. Il pubblico impiego va valorizzato, assumendo i precari. Le politiche di risanamento di bilancio si dovrebbero rallentare, grazie a un accordo con Bruxelles.