Sulla fine del raìs l’ombra dell’avvelenamento

Anche una serie d’inchieste giornalistiche israeliane propendono per la seconda ipotesi. Del resto Sharon voleva sbarazzarsi da un pezzo del suo storico nemico

Yasser Arafat si è spento un anno fa, l’11 novembre 2004, alle 3,30 del mattino, all’ospedale militare di Percy a Clamart, a sud di Parigi. Certo, le condizioni del presidente palestinese si erano bruscamente aggravate nelle ultime settimane. È altrettanto certo che l’assedio posto dall’esercito israeliano al suo quartiere generale della Muqata, a Ramallah, a partire dal dicembre 2001 l’aveva costretto a vivere in condizioni sia fisiche che psicologiche estremamente difficili. Ma, per numerosi dirigenti palestinesi il raìs è stato avvelenato dagli israeliani. Ed è quello che pensa anche il suo medico personale (giordano), il dottor Ashraf al Kurdi. I media israeliani hanno dato, in queste ultime settimane, una certa credibilità a questa «voce» ventilando la possibilità di una «liquidazione» del presidente palestinese. Questo termine brutale è stato utilizzato, ad esempio, il 30 settembre scorso, da Yoram Binur, corrispondente della seconda rete televisiva per i Territori occupati.

Tre settimane prima, il supplemento settimanale del quotidiano Ha’aretz aveva intitolato il suo articolo: «Arafat è morto di aids o è stato avvelenato». Ma, nel loro articolo, i giornalisti Amos Harel e Avi Isacharoff, citando un esperto israeliano, definivano «bassissima» la possibilità che Arafat avesse contratto l’aids, sottolineando invece come, per numerosi medici, i sintomi inducessero piuttosto a pensare a un avvelenamento.

Cosa hanno detto i medici dell’ospedale di Percy, uno dei migliori in Europa nel campo dell’ematologia? Firmato il 19 novembre 2004 dal primario di ematologia, il dottor B. Pats, il referto medico riservato concludeva: «Yasser Arafat è deceduto per un grave episodio vascolare cerebrale emorragico massiccio. Tale emorragia cerebrale si è innestata su un quadro clinico che comprendeva quattro sindromi (…)

Il consulto di un gran numero di esperti di diverse specializzazioni e i risultati degli esami effettuati non hanno consentito di delineare un quadro nosologico che spiegasse l’associazione delle sindromi.»

Ma il sospetto dei palestinesi si basa anche sull’intenzione espressa senza mezzi termini dal primo ministro israeliano, Ariel Sharon, di volere eliminare Yasser Arafat. A partire dalla primavera del 2002, il generale Sharon ha reiterato le sue minacce. Il giorno del Capodanno ebraico 2004, il primo ministro ripete con tono martellante: «Arafat sarà scacciato dai Territori». Scacciato o ucciso?

All’inizio del novembre 2004, il giornalista Uri Dan, confidente del primo ministro, scrive che questi «ha annunciato a Bush che non si considerava più vincolato da quello che gli aveva promesso nel loro primo incontro nel marzo 2001 [e cioè]: di non attentare alla vita di Arafat».

Il 18 agosto 2004, ho assistito personalmente al discorso del presidente Arafat di fronte al Consiglio legislativo palestinese, riunito alla Muqata. Per ben due ore, in piedi, con la voce robusta, non aveva l’aspetto di un malato.

Il 28 settembre, in occasione del quarto anniversario dell’Intifada l’ho rivisto per l’ultima volta. Mi saluta con l’abbraccio abituale e mi chiede mie notizie. «Va tutto bene, al-hamdou lillah [Che Dio sia lodato], ma tu, Abu Ammar, hai perso molto peso in poco tempo». Il suo viso è dimagrito, il suo corpo sembra ballare nelle vesti. «Non è niente», risponde. All’improvviso, il suo portavoce Nabil Abu Rudeina mi sussurra all’orecchio: «Meglio finire qui, perché Abu Ammar ha bisogno di riposarsi».

Nel mese di ottobre, le sue condizioni di salute peggiorano. Il 12, quattro ore dopo la cena, accusa dolori di stomaco, vomito e diarrea. Il 27, aggravamento improvviso: perde conoscenza per un quarto d’ora.

L’indomani giungono i medici egiziani, poi quelli tunisini, e infine quelli giordani. Non riuscendo a stabilire l’origine del male, suggeriscono di trasferire il malato in un ospedale francese. L’Eliseo dà immediatamente il suo consenso. Il generale Sharon, per il tramite del suo capo di gabinetto, Dov Weissglas, autorizza non soltanto la sua partenza, ma anche il suo ritorno, una volta guarito, e, per uno strano cambiamento di idee, propone di inviare alcuni medici israeliani a Parigi. Il 29 ottobre, in mattinata, i suoi assistenti trasportano Abu Ammar dall’edificio in cui era rinchiuso da ben trentacinque mesi in uno dei due elicotteri inviati dalla Giordania.

A Clamart, Arafat arriva cosciente, ma molto debole. I primi esami non rivelano né leucemia, né tumori, bensì una grave infiammazione dell’apparato digerente, che i medici combattono con forti dosi di antibiotici e di anti-infiammatori. Le sue condizioni migliorano un po’ ma, il 3 novembre, d’improvviso entra in coma. Soffre di una serie di sintomi gravi, attribuiti a una tossina sconosciuta che i medici francesi non riescono ad individuare. Soltanto un miracolo può salvarlo, dice il suo entourage. Due settimane dopo il suo arrivo, il presidente Yasser Arafat chiude gli occhi per sempre.

Per spiegare questa morte improvvisa, la stampa israeliana ha indicato tre cause: infezione, aids o avvelenamento. La tesi dell’infezione non ha alcun fondamento medico: nessun medico francese, palestinese, egiziano, tunisino o giordano ha affermato di aver scoperto una traccia d’infezione durante i vari esami effettuati. Inoltre, se fosse stata un’infezione la causa della sua malattia, allora Arafat avrebbe potuto fronteggiarla con la somministrazione di antibiotici.

La tesi dell’aids sembra sia stata accennata con l’unico scopo d’infangare l’immagine del raìs. Infatti l’articolo già citato di Ha’aretz non apporta il minimo elemento probatorio. Un’inchiesta del New York Times ha escluso in toto tale ipotesi. I medici francesi non la citano mai. I medici tunisini hanno proceduto a un test Hiv: negativo. «È inconcepibile, assicura un esperto israeliano, che una malattia che è durata due settimane, con diarree terribili, vomito violento, grossi problemi dell’apparato digerente, e che ha provocato gravi disturbi di coagulazione, sia stata provocata dall’aids».

Avvelenamento? Le autorità israeliane bollano le accuse come «stupide» e «malintenzionate». I medici dell’ospedale di Percy dichiarano, nel loro referto, di non aver rinvenuto tracce di veleno conosciuto. Per giunta, hanno chiesto ad altri due laboratori – quelli della gendarmeria e dell’esercito – di effettuare le ricerche: tutto inutile. Eppure, alcuni esperti ritengono che si possano facilmente fabbricare prodotti tossici sconosciuti, alcuni dei quali scompaiono subito dopo aver provocato il loro effetto.

Alcuni dirigenti israeliani – fra cui, in passato, Ehud Barak – prendono in considerazione l’eliminazione fisica del presidente palestinese soltanto se non si lascerà «nessuna impronta israeliana». Un giornalista e esperto israeliano di lungo corso che preferisce anche lui conservare l’anonimato, ha raccontato a numerosi colleghi che, non appena fu nota la malattia del leader palestinese, si era persuaso che il raìs fosse stato avvelenato. C’è di più: tre personalità del settore della sicurezza avrebbero discusso con lui, separatamente, quale fosse il metodo migliore da utilizzare, e sarebbero giunte alla medesima conclusione: il veleno. Tutto questo avveniva all’inizio del 2004.

Dolori ai reni e allo stomaco, assenza totale dell’appetito, calo delle piastrine, perdita di peso notevole, macchie rosse sul viso, colorito giallastro: «Qualsiasi medico vi dirà che si tratta di sintomi di avvelenamento» dice il medico giordano Ashraf al-Kurdi, che seguiva Abu Ammar, di cui conosceva la cartella clinica a memoria.

* Giornalista israeliano. La versione integrale di questo articolo sarà pubblicata su Le monde diplomatique di novembre, in allegato martedì con il manifesto e per tutto il mese in edicola.