Sul tfr governo alle strette

Se c’è un titolo della finanziaria che difficilmente arriverà intatto al traguardo dell’approvazione definitiva – entro il 31 dicembre, come sempre – è il capitolo relativo alla destinazione del «trattamento di fine rapporto», in gergo tfr. La soluzione trovata dal governo non piace quasi a nessuno: partiti della maggioranza, Confindustria, opposizione, sindacati (almeno due dei principali: Cisl e Uil). Al punto che il capogruppo dell’Udeur alla Camera, il mastelliano di stretta osservanza Mario Fabris, parla chiaramente di «rilanciare con forza il dialogo con l’opposizione» proprio «per sciogliere i nodi critici della legge finanziaria»: il presunto aumento del carico fiscale in conto ai presunti «ceti medi» e il più chiaramente identificabile tfr.
Anche il governo non sembra convintissimo della soluzione scelta. Che poi è in parte quella già prevista da tempo: dal 1 luglio i lavoratori dovranno scegliere se destinare il tfr alla previdenza complementare (i fondi pensioni negoziali, gestititi unitariamente da sindacati e imprese), oppure lasciarli – come ora – nelle mani dell’azienda, che ce lo corrisponderà sotto forma di «liquidazione», in unica soluzione con gli interessi maturati, all’atto dello scioglimento del rapporto di lavoro (per pensionamento, licenziamento o dimissioni). La novità dell’ultimo momento è che il 50% dei tfr «inoptati» – ossia non indirizzati ai fondi pensione – finiranno obbligatoriamente in un fondo pubblico, gestito dall’Inps, e destinato a finanziare le infrastrutture. Fino a sabato la cifra «sequestrabile» era pari al 65%. Le urla – di Confindustria, in primo luogo – hanno giù convinto Prodi & C. a scendere al 50%.
Un’«operazione di finanza creativa», la chiamano gli economisti liberisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi. In primo luogo perche si trasferisce «un debito nei confronti dei lavoratori dipendenti dalle imprese allo stato»; un debito che ovviamente andrà pagato, prima o poi, e che quindi viene semplicemente scaricato sulle gestioni future. In pratica il trasferimento del tfr al «fondo pubblico» diventa un «prestito forzoso» nei confronti dello stato. Un prestito fatto figurativamente dalle imprese, ma che riguarda denaro – «salario differito» – di proprietà dei dipendenti. Confindustria e tutte le altre associazioni imprenditoriali sono abituate da decenni a utilizzare il tfr come liquidità propria, e ora temono che questa drastica riduzione di «liquido» costringerà le imprese – specie le più piccole – a rincorrere il credito bancario; che costa.
Suonano perciò incomplete le difese d’ufficio, come quella del ministro Cesare Damiano, tipo «noi perseguiamo un grande obiettivo, quello di far decollare la previdenza complementare». Anche se risulta più convincente il rimprovero alle imprese, che fin dal 1993 si erano dichiarate contentissime di far marciare la «seconda gamba» della previdenza. Ma neppure la «rossa» Legacoop, che pure apprezza l’«equilibrio» della finanziaria, gradisce la mossa sul tfr. Il presidente Giuliano Poletti è esplicito: «non concordiamo», perché la misura «finirà per penalizzare le imprese a più alto tasso occupazionale, in particolare le aziende fornitrici della pubblica amministrazione, che attendono per mesi i pagamenti dovuti». Prova a smontare questa argomentazione il ministro per l’attuazione del programma, Giulio Santagata, ricorrendo a qualche calcolo che chiama in causa una misura chiaramente a vantaggio delle imprese, come la riduzione del cuneo fiscale: «un’impresa con 10 dipendenti, con un costo del lavoro complessivo di 230.000 euro annui, nell’ipotesi che 5 dipendenti optino per fondi pensione integrativi, verserà all’Inps complessivamente 3.500 euro di tfr e ne riceverà circa 6.900 dalla riduzione del cuneo fiscale. E non è tutto. Se ipotizziamo che l’impresa ricorra al credito per sostituire i 3.500 euro di Tfr avrà un costo aggiuntivo di circa 175 euro, ma ne riceverà circa 195 di compensazione, così come previsto dall’attuale normativa per i fondi pensione». Insomma: «un’impresa avrà nella fase di avvio dell’operazione sul Tfr maggiori risorse per gli investimenti e nessun costo finanziario aggiuntivo». Incontentabili.
Nessuno parla, invece, dall’autentica «involuzione» che colpirà le abitudini (e le finanze) dei lavoratori dipendenti. Scomparirà, per i più giovani attualmente al lavoro e per quelli che ci andranno nei prossimi anni, la «liquidazione». Ossia quella somma consistente che fin qui serviva per le grandi spese, come la «base» per l’acquisto della casa ai figli, o lo spegnimento di un mutuo. «In cambio» – ma solo per modo dire – avranno due pensioni. Che insieme non pareggeranno neppure una di quelle in vigore oggi. E sempre che le borse, al momento giusto, non facciano disastri.