Sul tessile gli Usa non domano la Cina

Fallito il quarto round, la delegazione americana torna a casa con le pive nel sacco.
Pechino agli Usa : «Disposti a comprare i vostri prodotti se voi smettete di vendere armi sofisticate a Taiwan»

L’accordo sembrava a portata di mano. Sia Washington che Pechino puntavano a chiudere il contenzioso sul tessile prima degli incontri alla Casa Bianca tra Bush e Hu Jintao (5-8 settembre). Invece, anche il quarto round è andato in bianco. Ed è piuttosto improbabile che alla Casa Bianca i due presidenti si mettano a discutere di reggiseni e T-shirt. Cose importanti, per carità. Meno, però, di petrolio, acciaio, hi-tech, armamenti, Taiwan, Corea del Nord… Per fronteggiare l’«invasione» Usa e Ue hanno seguito strade diverse. Entrambe sono finite scornate. L’Unione europea, più conciliante, ha sottoscritto a giugno un accordo che mette un tetto (dall’8 al 12%) alla crescita delle importazioni dalla Cina. Nel giro di due mesi i paesi europei l’hanno sfondato il tetto, 80 milioni di capi sono fermi nelle dogane e per sbloccarli il commissario Ue Mandelson sta cercando la chiave che vada bene a tutti. Gli Usa, più duri, hanno fatto ricorso alle clausole di salvaguardia previste dalla Wto per un numero limitato di prodotti. La delegazione americana si è presentata per la quarta volta a Pechino minacciando d’estenderlead altri capi d’abbigliamento in caso di mancato accordo. I cinesi non hanno abboccato. Sanno che il fronte Usa è spaccato come quello europeo. La lobby dei commercianti spinge per liberalizzare l’import di capi a basso costo. Quella delle industrie tessili preme per vincolarlo. Il tempo lavora a favore della prima. E, quindi, a favore della Cina.

Nei primi sei mesi dell’anno le importazioni Usa di prodotti tessili cinesi sono aumentate del 97%, per un ammontare di 7,4 miliardi di dollari. L’anno scorso il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina ha toccato il livello record di 162 miliardi di dollari. Alla vigilia del viaggio di Hu Jintao, dalle pagine di China Daily Pechino lancia il solito messaggio a doppio taglio. Tranquillizzante, ma sotto condizione. «Siamo pronti ad aumentare le nostre importazioni dagli Usa», afferma un alto dirigente del ministero del commercio estero. A patto però che Washington allenti le restrizioni sull’export dei nostri prodotti, in particolare quelli hi-tech. «Grazie alle merci a basso costo made in China in un anno i consumatori americani hanno risparmiato 20 miliardi di dollari», sottolinea il funzionario. Che tiene per ultima la condizione più pesante: Pechino comprerà più merci dagli Usa solo se Washington «smetterà di vendere armi sofisticate a Taiwan». Quella vendita «manda un segnale sbagliato ai separatisti». L’attivismo degli indipendentisti costituisce «un pericolo per tutti». Come dire: noi vi abbiamo avvisato.