Sul Programma dell’Unione sulla scuola

Le politiche del centro destra
In questi cinque anni il governo di centro destra ha perseguito l’ obiettivo di ridurre l’impegno e le risorse dello Stato per la Scuola pubblica, l’Università e la Ricerca; di favorire le scuole e le università private, spingendo i cittadini a soddisfare i bisogni di istruzione nel mercato, con i finanziamenti diretti, l’introduzione del credito di imposta per la frequenza delle scuole private e i buoni scuola e dando vita ad sistema scolastico che separa precocemente i giovani nella scelta tra scuole di serie A (i licei) e scuole di serie B (corsi professionali).
Le gerarchie ecclesiastiche, dal canto loro, hanno accompagnato tali scelte con una forte offensiva ideologica, centrata sulla “libertà di scelta educativa delle famiglie”, che fa leva ed utilizza temi propri della propria cultura cattolica e di quella liberista, non a caso presenti anche nel recente manifesto “teo-cons” del Presidente del Senato Pera.
Non siamo cioè ad un semplice tornare indietro sui diritti sociali conquistati in più di un secolo e mezzo di lotte del movimento operaio e che hanno segnato il ‘900, ma ad una regressione che comporta il passaggio da un modello di sistema ad un altro. Per dirla con le parole di Vertecchi: “fino al 2000 era di tipo solidale: la preoccupazione principale era di non determinare eccessive differenze fra le classi sociali. Per questo si abbondava nel numero degli insegnanti alla scuola dell’infanzia e all’elementare. Lo scopo era di aiutare gli alunni con maggiori difficoltà”. Con l’avvento del governo Berlusconi cambia la rotta: “Nel 2001 si fa avanti un modello di tipo competitivo di stampo inglese o americano. La riduzione della spesa comporta una specie di selezione naturale per i più deboli e condizioni di favore per i più capaci” Per di più, “Il passaggio dal modello solidale a quello competitivo è avvenuto in modo imperfetto. Il peggioramento delle condizioni per i più deboli non è stato compensato da un equivalente miglioramento per i più fortunati e i dati Ocse oggi lo dimostrano ampiamente” . In sostanza , mentre, da un lato, si rendono di fatto inaccessibili l’istruzione (come anche la salute e il lavoro) a significativi strati della popolazione, dall’altra si risponde ai bisogni di altri ceti sociali con “riforme” costruite sulla logica dell”istruzione come un “investimento” privato che ciascuno si procura liberamente sul mercato.
In questo senso vanno i contenuti fondamentali della riforma Moratti: cancellazione del concetto di obbligo scolastico, con la riduzione di un anno del tempo scuola, sostituito da un vago e nebuloso “diritto-dovere alla formazione”; affossamento del tempo pieno nella scuola dell’obbligo, attraverso la riduzione del tempo scuola settimanale e la scomparsa dell’organico funzionale; canalizzazione precoce, con la scelta a 13/14 anni del percorso dopo la scuola media, la frammentazione dell’istruzione superiore attraverso la regionalizzazione degli Istituti professionali, destinati a sfornare manodopera flessibile, culturalmente e professionalmente dequalificata.

Se tale è la portata e la gravità dei guasti prodotti dalle politiche del centro destra, si tratta allora di analizzare se il programma dell’Unione sulla scuola è all’altezza della sfida che si trova a combattere, e se esso costituisca davvero una “svolta” , una “inversione di tendenza” capace di recepire e a sua volta suscitare la spinta al cambiamento che ha animato il movimento di lotta nella scuola di questi ultimi anni.

I punti programmatici
Il titolo generale del programma sulla scuola “Conoscere è crescere” si articola in quattro parti : ”Investire nella scuola, Le risorse dell’autonomia scolastica; Il diritto di imparare per tutta la vita; Lavorare con i protagonisti della scuola”.
”Investire nella scuola”, il capitolo di apertura del programma è anche quello che contiene affermazioni di grande rilevanza, almeno per il loro significato simbolico: alla prima “Vogliamo segnare una netta discontinuità con quanto fatto dal centrodestra in questi cinque anni”, segue dopo poche righe “Con gli atti dei primi mesi di governo, in radicale discontinuità con gli indirizzi e le scelte di centro-destra, con il nostro programma”
A prima vista, è evidente la differenza tra le due proposizioni: una affermazione (una netta discontinuità) dal significato “forte” richiederebbe conseguentemente la scelta per l’abrogazione “senza se e senza ma” della riforma Moratti. Così non è, nonostante l’espressione usata nella versione definitiva del programma sia certamente migliore di quella della prima versione: “abrogheremo i punti della legislazione vigente…”.
La questione vera, però, non è quella lessicale ( e nemmeno quello di “piantare una bandierina”, come ha detto Walter Tocci dei DS al recente convegno romano del Tavolo nazionale “Fermiamo la Moratti”) perché è chiaro che quanto indicato nel Programma è incompatibile con i contenuti della riforma Moratti. Ma allora perché ricorrere a perifrasi, invece di una formulazione chiara ed esplicita? Perché il programma NON vuole essere chiaro, perché su questo come su altri punti, c’è stato dichiaratamente il muro della Margherita, pronta ad utilizzare ogni ambiguità per ostacolare ogni processo riformatore.
Quando poi nel testo si fa riferimento alle risorse da impiegare diventa difficile trovare una sola frase che traduca in impegni concreti, esigibili le scelte di carattere finanziario Cosa vuol dire, infatti “Dovremo sviluppare politiche integrate, ed elaborare un piano finanziario, in rapporto al Pil, per obiettivi strutturali”? Chiediamo: quanto in rapporto al PIL? La Legge di iniziativa popolare “Per una buona scuola” ad esempio chiede investimenti per l’Istruzione pubblica pari al 6% del PIL.
Noi sappiamo che in dieci anni (1994-2003) la spesa pubblica per l’istruzione e la formazione in rapporto al PIL è diminuita passando dal 5,03 al 4,98.
Se si considerano poi i dati del solo settore dell’istruzione, escludendo cioè la formazione professionale, si scopre che la flessione della spesa per questo settore è ancora più marcata perché si passa dal 4,20 % del 1994 al 3,89 del 2003. Meno investimenti nella scuola pubblica ha comportato come è noto un consistente aumento del numero degli alunni per classe, nessuna risorsa per l’edilizia scolastica e un forte incremento del lavoro precario nella scuola : oltre 122.000 cattedre (una su sette) sono oggi coperte da supplenti annuali.
Quale discontinuità è possibile intravedere in frasi quali “elaborare un piano finanziario, in rapporto al Pil”?

Le risorse dell’autonomia scolastica
L’autonomia scolastica viene definita come “non solo un insieme di norme, ma esprime un sistema di valori ed una cultura. Valori di questa cultura sono la difesa dei diritti, il principio di responsabilità, il primato della legalità, la ripartizione e i limiti dei poteri.”
Sono tutti questi valori certamente condivisi e condivisibili. Quando il testo, dopo enunciazioni a carattere generale e di principio, alcune delle quali certamente importanti (es. Compito dello Stato è garantire il carattere unitario del sistema nazionale pubblico di istruzione) passa ad indicare le linee di intervento che un futuro Governo dell’Unione dovrebbe percorrere, non si può, però, fare a meno di notare la forte genericità delle indicazioni programmatiche. Sembra quasi che gli autori nell’intento di sfuggire dall’operare una scelta, abbiano preferito la strada dell’esortazione di buon senso (Le relazioni tra le Istituzioni scolastiche autonome, le Autonomie locali e le realtà sociali economiche e culturali del territorio non possono essere risolte in modo burocratico, ma devono promuovere la partecipazione democratica) piuttosto che l’intervento concreto che intervenga per risolvere le contraddizioni reali accumulate in questi anni nella pratica concreta dell’autonomia. Il tema della riforma degli organi collegiali della scuola ne è un esempio: come “garantire a tutti i docenti la libertà di insegnamento , l’autonomia professionale nello svolgimento dell’attività didattica, scientifica” senza intervenire per rafforzare l’autonomia e l’indipendenza del Collegio dei docenti rispetto alle derive dirigiste e spesso autoritarie di molti Dirigenti scolastici? Come evitare la scuola–progettificio, cioè che l’autonomia di progettazione didattica si trasformi, come oggi quasi sempre avviene, in una rincorsa affannosa dei Collegi docenti, su sollecitazione di dirigenti-manager, per approvare miriadi di “progetti e sperimentazioni didattiche” al solo scopo di ottenere finanziamenti e conquistare iscritti a danno delle scuole vicine?

Il diritto di imparare per tutta la vita
Questa parte appare come l’unica parte veramente concreta del programma. Essa infatti prevede:
l’incremento dell’offerta quantitativa degli asili nido entro la fine della legislatura e la generalizzazione della scuola d’infanzia abolendo la norma sugli anticipi per le iscrizioni alla scuola dell’infanzia ed elementare;
– primo ciclo: mantenimento dell’articolazione in scuola elementare e media, di durata di otto anni, potenziando gli elementi di continuità didattica e di percorso, diffondendo gli istituti comprensivi.
– la garanzia di più tempo scuola, eliminando le riduzioni dell’orario di tutti apportate dalla Moratti.
– valorizzazione del tempo pieno e del tempo prolungato, ripristinandone la normativa nazionale, da valorizzare come modelli didattici, con il riconoscimento della pari valenza educativa di tutte le attività previste;
– secondo ciclo: elevamento dell’obbligo di istruzione gratuita fino a 16 anni (primo biennio della scuola superiore), escludendo qualsiasi intreccio con la formazione professionale.
– innalzamento dell’età minima per l’accesso al lavoro dai 15 ai 16 anni.

Se gli obiettivi indicati sono certamente condivisibili perché recuperano alcuni fra i più importanti obiettivi di lotta del movimento antiMoratti di questi anni, gli interrogativi riguardano non tanto i contenuti quanto, ancora una volta, i tempi e le risorse: se l’Unione vincerà le elezioni, si troverà operare scelte decisive nell’arco di tre-quattro mesi. A Settembre 2006 la scuola italiana, studenti, genitori ed insegnanti inizieranno il nuovo anno scolastico con il tempo pieno ed il relativo organico o ancora con quello della Moratti? Gli studenti, dopo la terza media, proseguiranno l’obbligo scolastico fino a 16 anni nel biennio della scuola superiore oppure continueranno a “scegliere” tra scuola, formazione professionale e apprendistato? Le scuole ritroveranno nei loro bilanci quel finanziamento del 44% che è stato loro tagliato o dovranno continuare a stringere la cinghia? I precari saranno immessi in ruolo “con l’immediata copertura di tutti i posti vacanti” o continueranno a destreggiarsi tra graduatorie più o meno permanenti alla ricerca di una supplenza?
Come si vede sono tutte questioni concrete che misureranno da subito la capacità dell’Unione di realizzare il programma di cui stiamo discutendo.

Un silenzio preoccupante:
“Non accetteremo, e abbiamo respinto nell’accordo di programma, gli attacchi alla parità scolastica, perché vogliamo un pieno riconoscimento della libertà di insegnamento.(Le nove sfide programmatiche della Margherita, 24.2.06)
Il documento programmatico della Direzione della Margherita riporta come una propria vittoria l’aver tenuto fuori dal documento dell’Unione la partita della parità scolastica. In realtà ciò che non è stato messo in discussione è ben di più e il riferimento alla legge di parità è solo una foglia di fico utile a nasconde la questione ben più sostanziosa del finanziamento delle scuole private e di tutta la legislazione di sostegno costruita dalla Moratti.
Se consideriamo la sola partita dei finanziamenti si tratta di un fiume di denaro che a partire dal 2001 si è riversato sulle scuole paritarie .(1) In sintesi : 347 miliardi di vecchie lire all’anno in virtù dell’applicazione delle legge 62 sulla parità scolastica varata dal centrosinistra. Il DM 27/2005 ha apportato significative modifiche per cui oggi si parla esplicitamente di «partecipazione alle spese delle scuole secondarie paritarie». Per il 2005 i «contributi alle scuole non statali» (circolare ministeriale n. 38 del 22 marzo 2005) ammontano complessivamente a poco meno di 500 milioni e 500 mila euro.
Per il 2006 saranno finanziati con un milione di euro progetti di «formazione del personale preposto alla direzione delle scuole paritarie» (circolare n. 77 del 14 ottobre 2005) e oltre agli stanziamenti nei relativi capitoli di spesa del ministero (il cui importo è ancora da definire) altri 150 milioni di euro prelevati dal «Fondo famiglia e solidarietà», (art. 44 del disegno di legge 3613, legge finanziaria 2006).
A tutto questo si aggiungono i cosiddetti Buoni scuola statali, contributi destinati alle famiglie a parziale o totale copertura delle spese di iscrizione dei figli alle scuole. Per quanto riguarda le sole scuole private, la legge 289 del 2002 stanzia 30 milioni di euro per gli anni 2003, 2004, 2005. Poiché non ci sono limiti di reddito, anche chi ha tanti soldi può ricevere il buono scuola. Il buono scuola statale per il 2005 è di 353 euro per l’iscrizione alle scuole primarie paritarie non parificate, 420 euro per le scuole medie paritarie e di 564 per l’iscrizione al primo anno delle scuole superiori paritarie.
Ai buoni scuola statali si aggiungono quelli regionali, per cui nelle regioni che lo prevedono, le famiglie possono ricevere sia il buono scuola nazionale che quello regionale, come ad esempio il caso del Veneto, Emilia Romagna, Friuli, Lombardia, Liguria, Toscana, Sicilia, Piemonte.
Peraltro, nulla fino ad oggi fa pensare ad un ripensamento su queste politiche se è vero che il progetto di legge sul diritto allo studio della Margherita in Piemonte prevede il finanziamento diretto alle scuole paritarie “ per abbattere le spese di iscrizione e frequenza a carico delle famiglie” con un aumento di fondi da 18 a 25 milioni di euro.
Non meno importante è la legislazione di sostegno alla scuola privata volta ad eliminare, e sembra di tornare a quanto scriveva Salvemini agli inizi del secolo scorso (2), qualsiasi controllo dello Stato. Si prenda ad esempio la recente circolare, n. 777/2006, sull’iscrizioni anticipate alla scuola dell’infanzia e alla scuola primaria, con la quale le scuole elementare private autorizzate diventano d’ufficio scuole paritarie: possono rilasciare titoli di studio e gli alunni non debbono più sostenere gli esami di idoneità – promozione alla classe successiva – nemmeno in occasione del passaggio alla scuola media.
Se questo è il quadro che ci si presenta, è possibile pensare ad una politica scolastica “ di radicale discontinuità” che eviti questi scogli?

Luigi SARAGNESE

(1) LA CHIESA ALL’INCASSO, Emilio Carnevali e Cinzia Sciuto, Micromega, Dicembre 2005
(2) «La politica scolastica del partito clericale non può essere, quindi, in Italia che una sola: deprimere la scuola pubblica, non far nulla per migliorarla e più largamente dotarla; favorire le scuole private confessionali con sussidi pubblici, con sedi d’esami, con pareggiamenti; rafforzata poco a poco la scuola privata confessionale e disorganizzata la scuola pubblica, sopprimere al momento opportuno questa e presentare come unica salvatrice della gioventù quella».
Gaetano Salvemini (La riforma della scuola media 1909; Cultura e laicità, 1914; Il programma scolastico clericale, 1907; 1914