Sul “comunismo critico” di Gramsci

In questi giorni appare in Francia la traduzione di un libro su Antonio Gramsci, fondatore del PCI, da lei pubblicato in Italia nel 1997 (Antonio Gramsci dal liberalismo al «comunismo critico»). A lungo rinnnegato in Francia il pensiero di Gramsci sembra di nuovo suscitare interesse. Qual è la ragione, a suo avviso?

Possiamo seguire la fortuna di Gramsci a due livelli. Tradizionalmente, il comunismo è stato pensato come una condizione del tutto priva di contraddizioni e di conflitti, in seguito al dileguare dello Stato, della nazione, della religione, del mercato. Coi Quaderni del carcere il messianismo comincia a cadere in crisi: non ha senso parlare di estinzione dello Stato, in quanto la stessa società civile è una forma di Stato; di una straordinaria vitalità si rivelano gli poi organismi nazionali (nella cui identità è spesso presente una forte componente religiosa); infine, per quanto riguarda il mercato, converrebbe parlare di «mercato determinato» piuttosto che di mercato in quanto tale. Per un altro verso la lezione di Gramsci travalica i confini del movimento comunista (e della stessa sinistra): categorie come quelle di «egemonia», «società civile», «blocco storico», «rivoluzione passiva» sono ormai ineludibili per chi voglia adeguatamente comprendere i meccanismi del potere e la dialettica storica. Gramsci ha fornito un duplice, importante contributo: al ripensamento radicale della società post-capitalista e all’arricchimento della scienza politica in quanto tale.

Nel suo libro lei insiste sul dibattito tra Gramsci ed i filosofi liberali italiani del suo tempo. Si tratta di filosofi poco conosciuti in Francia…
Allorché si misura col neo-idealismo italiano, Gramsci ha ben presenti i suoi punti di forza. Conviene partire dalla prima guerra mondiale. Pur ferocemente contrastandosi, gli ideologi dei due contrapposti schieramenti militari sono concordi nel presentare la gigantesca carneficina come un mortale duello in cui si fronteggiano contrapposte civiltà e visioni del mondo. Lo stesso Weber parla di «antagonismo tra divinità diverse». Un effetto demistificante ha allora l’osservazione di Croce che, nell’ottobre del 1914, annota sarcasticamente: «Credo che, a guerra finita, si giudicherà che il suolo d’Europa non solo ha tremato per più mesi o per più anni sotto il peso della guerra, ma anche sotto quello degli spropositi». Rifiutando le interpretazioni banalmente ideologiche, Croce non si nasconde il reale contenzioso geopolitico del conflitto. Siamo, dal punto di vista di Gramsci, alle soglie della lettura leniniana della prima guerra mondiale come scontro tra potenze imperialistiche. E non è tutto. Profondamente influenzato dal positivismo, il socialismo riformista italiano attribuiva il sottosviluppo del Sud alla pigrizia o alla barbarie della «nazione» o della razza meridionale. A ragione, il giovane rivoluzionario considera superiore la cultura neoidealista di Croce e Gentile che, nell’affrontare il problema dell’arretratezza del Mezzogiorno, se anche non rinvia al sistema capitalistico, si rifiuta comunque di abbandonare il terreno della storia. L’evoluzione di Gramsci si può caratterizzare in questi termini: sin dall’inizio ha un atteggiamento simpatetico nei confronti delle classi subaterne e dei popoli oppressi; sin dall’inizio dialoga con la cultura borghese più avanzata, che in Italia è rappresentata dal neo-idealismo.

Qua è il significato dell’aggettivo «critico» nell’espressione «comunismo critico» da lei utilizzata nel sottotitolo del suo libro?

E’ lo stesso Gramsci a parlare di «comunismo critico». «Critico» è il comunismo che sa porsi il problema dell’eredità. Com’è noto, si tratta di un tema ben presente già in Engels e in Lenin. Ma in Gramsci ci sono significative novità. Assieme alla filosofia classica tedesca e all’economia politica inglese, si tratta di ereditare non già il «socialismo francese», come avviene in Lenin, bensì, più in generale, la «letteratura e pratica politica francese», e cioè il movimento rivoluzionario francese nel suo complesso, che, nei momenti di massima radicalizzazione, ha prodotto il giacobinismo e il socialismo. Per di più, il problema dell’eredità è permanente e non già «un circolo storico ormai chiuso». Se così stanno le cose, nel confronto con la cultura borghese più avanzata, il «comunismo critico» non intenta un «processo», ma cerca di incorporare l’«esigenza» dell’avversario, «sia pure come un momento subordinato». Siamo agli antipodi della visione del marxismo come di un catechismo definito una volta per sempre!
Tra le categorie elaborate da Gramsci, quella di «nazional-popolare» è poco conosciuta e spesso connotata negativamente. Eppure, si tratta di una delle categorie più importanti…
In Italia e in Germania il fascismo giunge al potere perché il patrimonio ideale della rivoluzione francese non era diventato «nazionale-popolare». Anche la rivoluzione socialista non riuscirà a conseguire uno stabile successo, senza radicarsi nella storia, nella tradizione, nei costumi di un popolo, senza diventare «nazionale-popolare». Gramsci ha avuto ragione. La crisi del campo socialista è iniziata in paesi come la Polonia o la Germania orientale o nelle regioni baltiche dell’URSS, dove la rivoluzione era stata esportata dall’Armata Rossa. Conservano ancora il potere i partiti comunisti che a Cuba, in Vietnam, in Cina riescono a presentarsi come interpreti della volontà di indipendenza e di riscatto di una nazione a lungo oppressa dall’imperialismo. La categoria di «nazionale-popolare» è una critica radicale della pretesa dell’esportazione dell rivoluzione: farebbero bene a pensarci coloro che ai giorni nostri vorrebbero esportare la «democrazia» mediante l’embargo, le bombe e i carri armati.

(Intervista a cura di Jérome-Alexandre Nielsberg, pubblicata su «Les lettres françaises» del 27 settembre 2005, p. X) col titolo: Gramsci, toujours à découvrir