Sul baratro del 6 per cento ora Fausto vuol combattere

Il migliore dei sondaggi vale l’8,5 per cento: la sufficienza. La maggior parte sono attestati intorno al 7, più o meno quanto Rifondazione comunista aveva da sola al Senato nel 2006, e quindi prefigurano una secca sconfitta. Ma sulla scrivania di Fausto Bertinotti ne sono planati alcuni che danno la Sinistra arcobaleno aggrappata al 6 per cento. E sarebbe un disastro senza attenuanti (la somma dei partiti membri del cartello varrebbe sulla carta circa il 12 per cento), nonché un macigno troppo pesante da spostare sulla via della definitiva unificazione
della cosiddetta sinistra radicale.
Il primo a essersi reso conto che la tendenza al ribasso va invertita in qualche modo è stato proprio Bertinotti, che nei giorni scorsi, anche un po’ rinfrancato dalle prime uscite di piazza, ha deciso di rimodulare i toni della campagna elettorale. Dopo il fair play e le toccate in punta di fioretto degli esordi televisivi («Ho fatto un po’ fatica a smettere i panni istituzionali del presidente della Camera», ha ammesso il candidato premier coi suoi collaboratori più stretti), Bertinotti ha deciso di attaccare più frontalmente il Pd per contrastare la campagna veltroniana sul «voto utile», non certo estranea ai sondaggi in picchiata. Lo ha fatto pure per dare risposta al malumore di quanti nel partito hanno invocato una risposta più aggressiva agli attacchi arrivati finora da Walter Veltroni, col quale Bertinotti, anche a dispetto dell’opinione di alcuni suoi alleati, ha siglato l’ormai ben nota «separazione consensuale».
All’inizio, del resto, la preoccupazione principale del presidente della Camera è stata quella di allontanare dall’Arcobaleno le ultime ombre del 1998, quelle di una sinistra votata all’opposizione e allo sgambetto. Ma Veltroni ha spiazzato l’amico, rispondendo alle critiche sulla contemporanea candidatura di Matteo Colaninno e dell’operaio scampato al rogo Thyssen con un manrovescio: «Non siamo al 1953». E subito sulla candidatura Bertinotti è calato mediaticamente una sorta di effetto Marchais, il leader del partito comunista francese legato per anni all’identità filosovietica del suo partito incurante dei cambiamenti della società e delle trasformazioni della sinistra riformista. Ovviamente nulla di più lontano da Bertinotti della figura di un Marchais, ma il richiamo al dopoguerra ha costretto la Cosa rossa a fare i conti col rischio di dover prevenire in campagna elettorale non più l’accusa di «inaffidabilità», bensì quella di rappresentare ormai un’anticaglia di modernariato. Ecco perché Bertinotti si è tuffato con molto più vigore sulle polemiche per la candidatura nel Pd di Massimo Calearo (che ieri ha fatto scoppiare anche un caso Parisi, il quale minaccia di ritirarsi dalle liste per le dichiarazioni antiprodiane dell’industriale).
Dice Bertinotti: «Un’allean za con chi candida il capo della Federmeccamca, con il falco che ha guidato lo scontro con i lavoratori, non sono in grado di poterla fare». L’ex subcomandante Fausto non ha potuto così raccogliere l’apertura di Massimo D’Alema, che non vuole escludere in futuro alleanze con la Sinistra arcobaleno. Spiega il ministro Paolo Ferrero: «Quelle di Calearo sono proposte di destra, adatte ad un partito di destra che voglia fare un governo di destra». Aggiunge il sottosegretario allo Sviluppo Alfonso Gianni: «Calearo non è nemmeno un Colaninno, che si presenta come un padrone progressista olivettiano. Calearo è proprio un trinariciuto». Adesso al quartier generale bertinottiano si attende con fiducia un primo «effetto Calearo» sui sondaggi. Si tratta al momento dell’unico appiglio possibile per una risalita di consensi, considerato che i maggiorenti dei quattro partiti membri del cartello hanno trascorso l’ultima settimana, mentre Veltroni martellava i media di proposte e candidati, a battibeccare sulle liste, ieri quasi ufficialmente chiuse. Si sparpagliano i leader: Bertinotti sarà capolista alla Camera a Roma, Franco Giordano in Toscana, il verde Alfonso Pecoraro Scanio in Puglia, il segretario del Pdci Oliviero Diliberto a Torino, il coordinatore di Sd Fabio Mussi a Milano.
Alla fine la polemica interna sulla mancata candidatura di Ferrero nel suo collegio naturale, in Piemonte, si è risolta con un compromesso trasformato in sfida al Pd: il ministro della Solidarietà sociale correrà in Veneto, per sfidare l’asse dei nemici sul fronte del lavoro, il confindustriale Calearo ma anche il sindacalista Cgil Paolo Nerozzi, accusato dal Prc di aver frenato in tutti i modi l’unificazione a sinistra prima di candidarsi nelle liste veltroniane. In Veneto correrà anche, ma in posizione difficile, Francesco Caruso, catapultato in regione per tentare una ricucitura con Luca Casarini e gli ex disobbedienti del nord est.
Ma ora bisogna combattere coi numeri. Sarebbe già tanto se, della pattuglia di sessanta parlamentari del Prc, ne restasse in piedi un quarto dopo il 13 aprile. Il rischio concreto, qualora il risultato scendesse sotto il 7, è che l’intera truppa arcobaleno si fermi a una ventina di eletti. Sostiene Gianni: «La nostra asticella è l’8 per cento. Possiamo superarla, ma è innegabile che arriviamo al voto in ritardo sul progetto politico, pagando errori di scarsa lucidità politica e un certo accanimento identitario da parte di taluni». E a ottobre i conti si faranno anche al congresso. Ferrero, non certo un fan dell’unità a sinistra qui e ora, è pronto a lanciare la sua candidatura. Nichi Vendola no: veltronianamente, attende di essere chiamato da ogni dove a vestire i panni del salvatore della patria.