Suicida Kanaan, ex capo dell’intelligence

Clamoroso contraccolpo dell’affare Hariri (l’assassinio dell’ex-premier libanese) sul vertice di Damasco: il ministro degli Interni siriano Ghazi Kanaan, per due decenni capo della Intelligence militare in Libano, si è suicidato ieri nel suo ufficio poco dopo aver rilasciato a una radio libanese una drammatica dichiarazione con cui smentiva ogni responsabilità del suo paese nell’attentato del 14 febbraio scorso a Beirut. La notizia è arrivata come un vero e proprio colpo di fulmine e ha suscitato in Libano sconcerto, emozione ed anche vivaci polemiche; esponenti anti-siriani – che però hanno voluto mantenere l’anonimato «per ragioni di sicurezza» – hanno messo in dubbio la versione del suicidio ipotizzando che il generale Kanaan «sia stato sacrificato» per allentare la pressione americana sul regime di Bashar el Assad.. Un noto analista (peraltro anch’egli celato dietro l’anonimato) ha parlato addirittura di «inizio della fine per il regime del Baas», esprimendo forse peraltro più un desiderio che una analisi realistica della situazione.
Il rapporto fra il drammatico gesto di Kanaan e la vicenda apertasi in Libano con l’attentato a Rafiq Hariri è comunque innegabile, non solo per l’ultima dichiarazione del generale, ma anche perché lo stesso era stato interrogato il mese scorso come “testimone” del capo della commissione d’inchiesta dell’Onu, che dovrebbe presentare il suo rapporto finale tra nove giorni. L’annuncio della morte di Kanaan è stato dato con tempestività dall’agenzia ufficiale Sana, la quale ha riferito che «il ministro degli Interni è morto questo pomeriggio nel suo ufficio dopo aver commesso suicidio, e le autorità stanno indagando sulla disgrazia». Poco prima, esattamente alle 11,30 locali, Kanaan aveva parlato per telefono con Rose al Zamel, giornalista della radio privata “Voce del Libano”, per smentire le accuse secondo cui la Siria sarebbe responsabile della morte di Hariri. Con tono drammatico, Kanaan aveva anche chiesto alla giornalista di trasmettere la sua dichiarazione agli altri mezzi di informazione libanesi, in particolare al direttore della Tv Lbc, alla televisione Al Mustaqbal di proprietà della famiglia Hariri e alla televisione Nbn vicina al presidente del Parlamento Nabih Berri (leader degli sciiti moderati), poiché – aveva aggiunto – «credo che questa sia l’ultima dichiarazione pubblica che potrò fare»; affermazione che sembra avvalorare la versione del suicidio, anche se non esclude del tutto altre ipotesi.

Nato 63 anni fa da una rispettata famiglia alauita (la minoranza di derivazione sciita cui appartengono buona parte dei massimi esponenti del Baas e del regime, a cominciare da Bashar el Assad), aveva svolto la sua carriera militare all’interno dell’establishment baasista; al comando di una unità militare sul Golan negli anni ’70, era poi divenuto capo dei servizi di Informazione nella città di Homs, terzo centro del Paese a metà strada fra Damasco ed Aleppo, per diventare infine nel 1982 capo dei servizi segreti militari siriani in Libano, carica che ha mantenuto fino al 2002; era stato nominato ministro dell’Interno lo scorso anno ed era considerato – secondo l’analista libanese che abbiamo citato all’inizio – «un pilastro» del regime baasista. Per vent’anni dunque Ghazi Kanaan è stato di fatto l’uomo più potente del Libano, il regista effettivo della politica siriana in quel Paese. Come è noto Damasco ha smentito fin dall’inizio una sua responsabilità nell’attentato ad Hariri, ma qualcuno in Libano ha ipotizzato anche una possibile manovra o “operazione” di settori della “vecchia guardia” baasista ostili alla politica di caute riforme del presidente Bashar. Come che sia, Kanaan sapeva certamente molte cose, per la sua posizione presente e passata e per i legami stretti in vent’anni con i responsabili dei servizi libanesi, quattro dei quali arrestati di recente proprio in rapporto all’assassinio di Hariri. La sua morte è dunque un vero e proprio “giallo”, i cui effetti si faranno sentire su entrambi i versanti del confine fra i due Paesi.