Sudafrica, effetto cascata?

Splendida vittoria – si dice. Ma poi? L’oggetto è l’insensata causa legale intentata da 39 aziende farmaceutiche contro l’ormai famosa legge sui farmaci anti Aids, promulgata a suo tempo da Nelson Mandela. Come noto le aziende dei farmaci hanno accettato di ritirare il procedimento e di fornire i medicinali a basso prezzo. Ora tuttavia è il momento di riflettere. E la prima questione è: come mai aziende dotate di tanta capacità di marketing si sono imbarcate in quello che è diventato in pochi mesi un vero e proprio disastro di pubbliche relazioni? Il motivo principale è che con quella causa in tribunale volevano evitare un effetto a cascata, ovvero che, tolto un primo tassello alla costruzione economico-giuridica della proprietà intellettuale sui farmaci, la cosa si propagasse a altri paesi e altre situazioni. In palio ci sono alcune montagne di miliardi di dollari.
L’intera industria dei medicinali è stata finora basata su un modello solidissimo e apparentemente inattaccabile:
1. Le case farmaceutiche pagano la ricerca (magari finanziando quella delle università, cui impongono peraltro vincoli di riservatezza e proprietari);
2. Le ricerche vengono scelte in base a esigenze di business plan: in altre parole qualcuno, nelle seggiole alte dei consigli di amministrazione, valuta quali sono le malattie cui corrisponde un mercato emergente e potenzialmente ricco, e quante probabilità ci siano di riuscire a trovare il farmaco giusto arrivando a brevettarlo prima dei concorrenti. E’ in base a valutazioni di questo tipo che all’Aids si sono dedicati (e si dedicano) tanti sforzi e invece alla malaria no. Nel primo caso il mercato di interesse è dato da una popolazione bianca e spesso affluente, in paesi occidentali, mentre nel secondo non c’è nulla del genere: di malaria muoiono sì milioni di persone, ma quasi tutte al di sotto del Sahara, in paesi dal reddito minimo. Solo di recente, grazie a mobilitazioni internazionali e umanitarie, analoghe a quelle che si sono verificate nei giorni scorsi attorno al caso Sud Africa, una quota significativa di fondi è stata destinata alla malaria e alla ricerca sul genoma del suo virus, primo passo per arrivare a farmaci affidabili e non dannosi.
3. I brevetti comunque durano soltanto un numero limitato di anni e in pratica tra il momento del loro riconoscimento dagli appositi uffici e quello di scadenza, restano solo 7-10 anni di esclusiva sul mercato; è in quella finestra temporale che devono essere coperte le spese e prodotti dei profitti.
Ovviamente i detentori dei brevetti vorrebbero che questi fossero eterni e infatti escogitano vari trucchi per prolungarne la validità, per esempio depositandone di nuovi e un poco diversi, ma in generale la proprietà intellettuale gode, in tutti i paesi, di una protezione confinata e ristretta. E il perché è assai evidente, anche dal punto di vista capitalistico: le idee e i prodotti in cui queste si concretizzano devono espandersi liberamente e circolare. Solo se vengono imitate e migliorate, l’economia nel suo insieme potrà crescere, attraverso la “sana concorrenza”. Vista da un punto di vista più sociale e meno utilitaristico, si può dire che la conoscenza è un patrimonio comune dell’umanità, che deve essere liberamente scambiabile e appropriabile, a maggior ragione perché non si tratta di un bene esclusivo: se io apprendo qualcosa da un altro, non per questo lo privo di un bene; se invece prendo la sua macchina, lui non ne potrà più disporre.
Oggi sta succedendo che questo sistema ben congegnato e solido (ricerca-brevetti-mercato) viene messo in discussione e mostra crepe vistose. E’ avvenuto per effetto di movimenti di opinione consapevoli, per via di guerre commerciali scatenate da nuovi entranti e in generale si può dire che è un tipico effetto positivo (e distruttivo degli equilibri precedenti) dovuto alla globalizzazione dei mercati e delle comunicazioni.
La casa indiana Cipla, per esempio, che si è candidata nei mesi scorsi a offrire a basso prezzo i farmaci antivirali alla organizzazione Medici Senza Frontiere, non può essere verosimilmente scambiata per una benefattrice dell’umanità. Al contrario ha battuto quella strada per conquistare spazi e licenze commerciali in patria e per portare la guerra ai colossi concorrenti. Utilmente spregiudicata e cinica, ma certo è tutto fuorché nonprofit.
Ma è tutto fuorché un risultato acquisito: come nel caso, ben meno tragico, della musica via Internet – scatenato dalle cause legali attorno al programma Napster – i giganti della vecchia economia sanno reagire tempestivamente alle minacce di erosione dei loro mercati: i tribunali sono la mossa iniziale, a mo’ di tampone, ma poi si attrezzano a fare loro, in prima persona, quello che gli avversari distruttori minacciavano: musica digitale o farmaci a basso costo. E’ una vicenda appena iniziata e sarà la contraddizione continua e lacerante degli anni a venire: di chi è la conoscenza e chi la può usare.