Sud: il grande assente della campagna elettorale

Rompendo il silenzio della campagna elettorale sui temi del mezzogiorno, Sindacati e Confindustria hanno presentato un documento di proposte per rilanciare il Sud Italia, lasciando aperto il dibattito alle forze politiche. I soldi ci sono e ci saranno, ma vanno spesi nel migliore dei modi per colmare il gap di investimenti e infrastrutture con il Nord e con l’Europa.
Le proposte che vengono dal mondo del lavoro, presentate ad un convegno presso la biblioteca del Senato, si concentrano essenzialmente su quattro tematiche principali, ovvero gli incentivi fiscali, le infrastrutture, la riqualificazione delle città e la ricerca. Ammontano a 100 miliardi di euro i fondi disponibili, dal 2007 al 2013, per lo sviluppo del mezzogiorno: metà dall’Ue e metà dall’Italia nell’ambito del Fas (fondo aree sottosviluppate). Usarli nel modo migliore, senza disperderli in rigagnoli ed emorrargie clientelari, sembra però tutt’altro che semplice. Da oltre un anno infatti non è stato speso nulla, mancando progetti precisi e circostanziati in grado di ricevere una valutazione positiva dagli enti di erogazione dei fondi.
Il divario tra il Nord e il Sud del paese non è un fenomeno recente, anzi se ne discute da oltre un secolo. La situazione però non è migliorata e i dati forniti da Guglielmo Loy (Uil) parlano chiaro: il Pil pro capite rimane la metà di quello del Nord, mentre continua a diminuire la forza lavoro effettivamente impiegata.
Per il vicepresidente di Confindustria, Ettore Artioli, la creazione di gabbie salariali non sarebbe una strada praticabile, in quanto in realtà il divario dei prezzi con il resto del Paese non è significativo. La ricetta sarebbe invece quella della «fiscalità differenziata», ovvero incentivi per chi investe e crea occupazione. Una soluzione sicuramente di moda in questo periodo. Tuttavia, secondo Andrea Del Monaco – responsabile del Prc programmazione fondi europei, intervenuto al convegno per la Sinistra Arcobaleno – tali incentivi fiscali per l’occupazione e lo sviluppo tecnologico non devono però essere automatici. Questo perché le imprese licenziano i nuovi occupati una volta finito l’incentivo e tendono a comprare all’estero i beni strumentali, dando commesse ad aziende straniere. Inoltre, sempre secondo Del Monaco, l’attività di programmazione economica deve ripartire dal ricollocamento del paese nella fascia alta della divisione internazionale del lavoro, decidendo a monte cosa produrre e su cosa fare ricerca; serve quindi una politica industriale basata sull’anticipazione della domanda e sulla riduzione del disavanzo della bilancia tecnologica, tra i massimi fattori del deficit della bilancia commerciale.
In quest’ottica industriale, lo sviluppo delle infrastrutture diviene un nodo fondamentale per lo sviluppo economico. Per Franco Garufi (Cgil), i fondi per realizzare la ferrovia ad alta capacità Napoli-Bari, la modernizzazione della dorsale tirrenica fino a Reggio Calabria e la Palermo-Messina-Catania, sono disponibili da subito.
Ovviamente il rilancio del mezzogiorno dovrà obbligatoriamente passare per una vittoriosa lotta alla mafia. Per Andrea Del Monaco occorre una «assunzione di responsabilità dello stato nella lotta alla mafia: solo allora le morti degli imprenditori che non pagano il pizzo, dei magistrati antimafia e dei sindacalisti che non contrattano i posti di lavoro con le cosche non saranno state vane. E i giovani non saranno costretti a scegliere tra clientelismo, collusione ed emigrazione.»