Stravolto l’equilibrio tra i poteri istituzionali

Viene in mente la favola di Pierino e il lupo. A forza di urlare fuori luogo “al lupo! al lupo! “, si finisce col credere che i lupi non esistano. E quando il lupo arriva veramente, pochissimi se ne accorgono. A scorrere le prime pagine dei giornali di ieri (e anche quelle interne), c’è di che restare basiti. La maggioranza ha mantenuto la promessa: ha sfigurato la Costituzione, modificandone in un colpo solo 52 articoli e aggiungendone tre nuovi di zecca. Tutta la seconda parte del testo è stata stravolta. Insomma, la destra ha modificato di sana pianta la forma dello Stato repubblicano. E noi siamo qui a parlare di Storace e Galliani, come se nulla fosse. O come se si trattasse di una notizia di cronaca, da confinare in taglio basso, tra un reportage e un’intervista sulla bioetica. Non è cronaca. E’ un passaggio che rischia di segnare la fine della Repubblica nata dall’antifascismo e dalla Resistenza, e di dare inizio a un’altra storia, o a un’altra avventura. Scriveva un mese fa Luigi Ferrajoli: “Si sta progettando la soppressione della democrazia parlamentare e forse della democrazia tout court”. E’ così, ma quanti se ne sono resi conto? Dopo avere scherzato per anni sulla nascita di una fantomatica “seconda Repubblica” senza capire che, a forza di evocarlo, il diavolo viene per davvero, ora la seconda Repubblica sta nascendo nell’indifferenza generale. Del resto, anche questa disattenzione è istruttiva. Non è affatto casuale. Narra piuttosto del modo di intendere i compiti della politica che ha ispirato in questi ultimi vent’anni gran parte delle forze oggi all’opposizione. Quando si parla del colpo di Stato che le destre stanno compiendo in queste ore, la maggioranza suole richiamare il precedente della revisione del Titolo V della seconda parte della Costituzione, realizzata dal centrosinistra al termine dell’ultima legislatura. Per quanto concerne il metodo, il richiamo ha un fondamento. L’Ulivo si assunse gravi responsabilità cambiando alcuni articoli della Carta a colpi di maggioranza e fornendo così alla destra un pretesto per fare altrettanto. Ma su un piano sostanziale le differenze rispetto a quanto accade in questi giorni sono enormi. Confrontata con lo stravolgimento di oltre un terzo della Costituzione, la pur sciagurata modifica del Titolo V fu piccola cosa: fu effettivamente una “revisione”, che peraltro ricalcò un orientamento condiviso da molti partiti rappresentati nella Bicamerale. Non è dunque questa la colpa più grave che le forze democratiche e la sinistra moderata si sono assunte dagli anni Ottanta a questa parte. La loro maggiore responsabilità consiste invece nell’avere introiettato la “filosofia” della Trilateral: l’idea che il bene sommo in un Paese “moderno” non consista nella sua capacità di trasformarsi coinvolgendo il novero più ampio possibile di soggetti, riconoscendo lo spettro più vasto di interessi, promovendo eguaglianza, giustizia sociale, diritti. No, ci si convinse – mentre imperversavano già Reagan e la Thatcher e qui da noi Craxi – che la vera questione fosse la “governabilità” del sistema. Che bisognasse soprattutto dotare il governo della capacità di decidere. E che si trattasse quindi di ridurre fortemente l’influenza di quei soggetti istituzionali e sociali (Parlamento, partiti e sindacati) che rischiavano di intralciare l’azione dell’esecutivo. L’introduzione del maggioritario venne da qui. Era tale la preoccupazione di evitare gli “eccessi di partecipazione”, che non ci si preoccupò nemmeno di introdurre i contrappesi necessari ad impedire l’instaurarsi di una dittatura della maggioranza. Oggi possiamo misurare il potenziale eversivo di questa sciagurata riforma elettorale. Forse non erano queste le intenzioni. Ma in politica contano i risultati, non le aspirazioni. Conta la responsabilità, non la convinzione. La verità è che, pur di farla finita con il conflitto sociale, si è armata la mano della destra. E di quale destra. Quando si discorre di Berlusconi, viene subito in mente la P2, tra le cui file egli perfezionò la propria formazione politica. Qualche volta può essere un riferimento forzato. Questa volta non lo è affatto, come dimostra la centralità riservata al governo dal “Piano di rinascita democratica”, che non manca neppure di adombrare una sorta di norma “anti-ribaltoni”. Ma, riferimenti storici a parte, non vi può essere alcun dubbio sull’ispirazione di fondo – populistica e autoritaria – di questa “riforma”. L’intera modifica ruota intorno a un fulcro: la fine dell’equilibrio tra poteri costituzionali indipendenti e l’istituzione di un unico centro di potere sottratto a controlli e libero da vincoli.

Il “primo Ministro”, eletto plebiscitariamente, deve potere tutto. Deve costituire l’unico reale dominus dello Stato. Si spiega così anche quello che sembra, a prima vista, un informe pasticcio: la confusione di prerogative tra Stato e Regioni e la moltiplicazione delle fonti legislative, con la prevedibile sequela di conflitti di competenza destinati a bloccare l’attività delle Camere e di soffocare una Corte costituzionale fortemente politicizzata. Non è un pasticcio, è un disegno coerente. Che trova i suoi capisaldi nell’elezione diretta del premier, nell’estromissione delle minoranze parlamentari (prive di poteri di iniziativa politica e di responsabilizzazione dell’esecutivo) e nella sostanziale istituzione di un mandato imperativo che trasformerà i parlamentari della maggioranza in collaboratori subordinati del capo del governo. Questo è lo spirito della “riforma”, che del resto interpreta fedelmente lo spirito del tempo. E ora, che fare? Prima di tutto, smetterla di piangere sul latte versato (non mancheranno occasioni per trarre bilanci) e impegnarsi a fondo, sin da ora, in una forte campagna di sensibilizzazione che prepari adeguatamente il referendum confermativo. Questa è una battaglia che non si può perdere, pena un salto nel buio dalle conseguenze imprevedibili. Bisogna parlare al Paese, trovare i toni giusti per far capire a tutti qual è la posta in gioco. Il prossimo 25 aprile può essere l’occasione per aprire questa offensiva con una grande manifestazione nazionale che rimetta al centro i temi dell’antifascismo, della Resistenza, della democrazia costituzionale, dei diritti politici e sociali.