STRATEGIE OPPOSTE PER LA GESTIONE DELL’IMPERO

Dopo essere riusciti ad invadere l’Iraq, gli Usa sembrano all’apice del loro potere. E’ facile comprendere come mai molti vedano gli Stati Uniti come superiori ed onnipotenti. Ed è proprio questo che Washington vuole che il mondo pensi.
Indubbiamente, gli Usa sono assai potenti dal punto di vista militare. Vi sono però buone ragioni per ritenere che la loro estensione sia eccessiva: il principale risultato strategico dell’occupazione irachena consiste proprio nel peggiorare questa sovraestensione.

Sovraestensione
Per “sovraestensione” si intende uno squilibrio tra fini e mezzi, intendendo per mezzi non solo quelli militari, ma anche quelli politici ed ideologici. Sotto il governo dei neoconservatori, le finalità di Washington consistono nel raggiungere un dominio militare schiacciante su qualunque rivale o coalizione di rivali. Questa ricerca di un dominio globale ancora più enorme, tuttavia, genera inevitabilmente opposizione, ed è in questa resistenza che si ravvisano le radici dell’eccessiva estensione statunitense. La sovraestensione è un concetto relativo: una potenza la cui estensione sia eccessiva può di fatto trovarsi in condizioni peggiori anche con un significativo aumento del proprio potere militare, se la resistenza ad essa aumenta ad un ritmo ancora più serrato.
Questo punto può apparire surreale, alla luce dell’ingente potenza bellica a cui abbiamo assistito alla televisione ogni sera nell’ultimo mese. Ma prendiamo in considerazione i seguenti punti e chiediamoci se non rappresentino segnali di eccesso:

– L’incapacità di consolidare un regime pro-Usa in Afghanistan all’esterno di Kabul;
– L’incapacità da parte di un alleato chiave, Israele, di porre fine, anche con il sostegno incondizionato di Washington, alla rivolta popolare palestinese;
– Il risveglio della coscienza araba e musulmana in Medio oriente, Asia meridionale e sud-est asiatico, con un enorme vantaggio in termini ideologici per i fondamentalisti islamici (proprio quello che sperava Osama Bin Laden fin dall’inizio);
– Il crollo dell'”Alleanza Atlantica” della guerra fredda e la comparsa di un’alleanza in contrapposizione, con al centro Germania e Francia;
– La costituzione di un potente movimento della società civile su scala globale, contrario all’unilateralismo, al militarismo e all’egemonia economica statunitense, movimento che trova, quale sua espressione significativa più recente, il movimento contro la guerra;
– La perdita di legittimità della politica estera e delle presenza militare internazionale di Washington, la cui leadership globale è ormai ampiamente considerata, anche dai suoi stessi alleati, come un dominio imperiale;
– La comparsa di un potente movimento antiamericano in Corea del Sud, avamposto della presenta militare statunitense in Estremo Oriente;
– L’ascesa dei movimenti antiliberisti e antistatunitensi proprio nei paesi che Washington da sempre considera come i propri “cortili”: Brasile, Venezuela ed Ecuador, mentre l’Amministrazione Bush si preoccupa del Medio Oriente;
– L’influenza sempre più negativa del militarismo sull’economia, al punto che la spesa militare statunitense comincia a dipendere dalla spesa in disavanzo, e quest’ultima dipende sempre più dai finanziamenti da fonti estere, aumentando le pressioni all’interno di un’economia già sotto la morsa della deflazione;
A pochi giorni dalla vittoria militare su di una potenza di quart’ordine, vediamo già, dal punto di vista politico, in quali sabbie mobili siano sprofondati gli americani in Iraq, ora che le correnti politiche del fondamentalismo islamico, all’interno della maggioranza sciita, sembrano porsi come eredi politiche della deposizione di Saddam Hussein. Se il fine di Washington è un ordine stabile filo-statunitense in Medio Oriente, questo è di là da venire. È invece probabile una maggiore instabilità, che darà a Washington la tentazione di utilizzare ancora di più la potenza militare e di dispiegare ancora più unità militari, portando ad una spirale di violenza da cui non esisterebbe una facile uscita.

Pax romana contro Pax americana
Quasi tremila anni fa, un altro impero affrontò lo stesso problema della sovraestensione: la ricetta che adottò gli consentì di durare ancora 700 anni. La soluzione romana non era né solo né principalmente di carattere militare: i romani si accorsero infatti che una componente importante del successo del dominio imperiale era costituita dal consenso, da parte dei dominati, nei confronti della “giustezza” dell’ordine romano. Come sottolinea il sociologo Michael Mann, nel suo testo ormai classico dal titolo Sources of Social Power, l’estensione della cittadinanza romana ai gruppi al potere e ai non schiavi in tutto l’impero fu l’innovazione che determinò la lealtà riscontrata a livello di massa tra le nazioni dominate dai Romani. Il diritto di cittadinanza e la visione secondo cui l’impero portava pace e prosperità per tutti concorsero a creare quell’elemento morale, intangibile ma essenziale, che va sotto il nome di “legittimità”.
Va da sé che l’estensione della cittadinanza non riveste alcun ruolo nell’ordine imperiale statunitense. Anzi, la cittadinanza statunitense è gelosamente riservata ad una ristrettissima minoranza della popolazione mondiale, e vi sono rigidissimi sistemi di vigilanza per avere accesso al suo territorio. Le popolazioni subordinate non devono essere integrate, ma tenute sotto controllo o con la forza o con la minaccia dell’uso della forza, oppure con un sistema di normative e istituzioni globali o regionali (l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il sistema di Bretton Woods, la Nato) che sono manipolate in modo sempre più palese al servizio degli interessi del centro dell’impero.
Benché l’estensione della cittadinanza a livello universale non abbia mai figurato tra gli strumenti dell’arsenale imperiale statunitense, durante la lotta contro il comunismo nel secondo dopoguerra, Washington elaborò effettivamente una formula politica per legittimare la propria espansione a livello globale. I due elementi che concorrevano a questa formula erano il multilateralismo, in quanto sistema di governo globale, e la democrazia liberale.
Subito dopo la guerra fredda, era di fatto ampiamente diffusa l’aspettativa di una versione moderna della Pax romana. Si nutriva la speranza, nei circoli liberali, che gli Usa avrebbero utilizzato il proprio status di unica superpotenza per realizzare un ordine multilaterale che, pur istituzionalizzando la loro egemonia, avrebbe garantito la Pax Augustea a livello globale. Questo era il percorso della globalizzazione economica e del governo multilaterale. Questo era il percorso che l’unilateralismo di George W. Bush ha spazzato via.
Come ha osservato Frances Fitzgerald nel suo libro Il lago in fiamme, la promessa dell’estensione della democrazia liberale costituiva un ideale molto autorevole che fungeva da complemento agli armamenti americani durante la guerra fredda. Oggi, tuttavia, la democrazia liberale secondo il modello di Washington o di Westminster si trova in difficoltà in tutti i paesi in via di sviluppo, dove si è ormai ridotta ad un paravento per nascondere l’oligarchia, come nelle Filippine, nel Pakistan pre-Musharraf e in tutta l’America Latina. Anzi, la democrazia liberale in America è diventata meno democratica, e anche meno liberale. Inoltre, è fuor di dubbio che siano ben pochi, nei paesi in via di sviluppo, a vedere come un modello un sistema alimentato e corrotto dal denaro delle multinazionali.
Recuperare la prospettiva morale necessaria a creare consenso intorno all’egemonia statunitense sarà estremamente difficile. Di fatto, negli ultimi tempi, l’opinione di Washington è che lo strumento più efficace per costruire il consenso sia la minaccia dell’uso della forza. Inoltre, malgrado i discorsi sull’imposizione della democrazia nel mondo arabo, lo scopo principale di noti opinionisti neoconservatori come Robert Kaplan, Robert Kagan e Charles Krauthammer è trasparente: la manipolazione dei meccanismi della democrazia liberale per creare una competizione pluralistica che distruggerebbe l’unità araba. Portare la democrazia agli arabi non è neanche un’aggiunta successiva, bensì semplicemente uno slogan, una presa in giro.
Al clan dei Bush non interessa creare una nuova Pax romana. Quello che vuole è una Pax americana dove la maggioranza delle popolazioni subordinate, come gli arabi, siano tenute sotto controllo da una salutare soggezione nei confronti della letale potenza americana, mentre la lealtà di altri, come il governo filippino, viene acquistata dietro promessa di denaro. Senza una prospettiva morale a legare la maggioranza del mondo al potere imperiale, questa modalità di gestione dell’impero può ispirare una sola cosa: la resistenza.

Sfida all’impero
Il presente afghano rischia di essere il futuro iracheno, ossia l’incapacità di consolidare un ordine politico stabile, per non parlare di un governo veramente rappresentativo e democratico.
L’intreccio tra le politiche di repressione interna e l’incapacità di prestare aiuto ai palestinesi e agli iracheni avrà come conseguenza quella di mettere gli stati arabi alleati degli Stati Uniti (i più importanti dei quali sono Arabia Saudita, Giordania ed Egitto), in una situazione ancora più precaria nei confronti delle masse arabe. È probabile che ne consegua un rafforzamento della politica islamista e che i gruppi legati al fondamentalismo islamico prendano il potere o si presentino come forti candidati ad ottenere il governo di molti di questi paesi. Per ironia della sorte, un’apertura democratica nei sistemi politici di questi paesi, che Washington dice di essere tanto desiderosa di mettere in pratica, condurrebbe probabilmente a questa situazione anche in Iraq, dove l’ideologia politica radicale degli Sciiti è prevalente. E’ altresì probabile che si assisterà ad un analogo rafforzamento dei gruppi islamisti nel resto del mondo musulmano, specialmente in due aree considerate di particolare rilevanza strategica per gli Usa: il Pakistan e l’Indonesia.
Al pari della sicurezza americana, quella israeliana, il cui rafforzamento rappresenta un obiettivo fondamentale per i neoconservatori come Paul Wolfowitz e William Kristol, verrà ulteriormente compromessa. Questo fattore, unito alla frustrazione ancora più grande di non essere riusciti a creare una base politica stabile per l’egemonia americana attraverso i meccanismi della democrazia formale, porrà gli Stati Uniti di fronte ad uno sgradevole dilemma: ritirarsi o imporre direttamente un dominio coloniale. Gli Usa cercheranno, tuttavia, di evitare di questa scelta il più a lungo possibile, e continueranno a versare denaro e risorse in favore di soluzioni politiche impraticabili.
Nel contempo, le emanazioni locali del movimento della società civile mondiale per la pace e contro la globalizzazione capitalistica prenderanno il potere o minacceranno di riuscirci in altre parti del mondo, in particolare in America Latina. Gli esempi del Brasile, dell’Ecuador e del Venezuela risulteranno tanto più allettanti quanto più l’economia neoliberista cadrà in discredito a causa del prolungarsi della stagnazione economica a livello nazionale, regionale e globale.
Francia, Germania, Russia e Cina, essendo gli Stati Uniti sempre più visti come una minaccia mondiale, ed essendo i loro interessi economici sempre più divergenti da quelli di Washington, consolideranno l’alleanza alternativa emersa durante la crisi irachena. Alcuni dei più importanti paesi in via di sviluppo, come il Brasile, l’India e la Corea del Sud, potrebbero finire per aggregarsi a questa alleanza. Probabilmente, questa coalizione alternativa assumerà un carattere permanente, sebbene i membri al suo interno possano variare.
Una delle conseguenze di questa alleanza diplomatica consisterà in un coordinamento più stretto in materia militare: è anzi probabile che si formi una Forza di Difesa Europea distinta dalla Nato. Un’altra conseguenza sarà un incremento delle spese militari, della corsa agli armamenti e della ricerca nel campo delle armi da parte della nuova coalizione, sia per i singoli Stati sia per la coalizione nel suo complesso. Un’ulteriore conseguenza sarà rappresentata da una maggiore cooperazione economica e tecnologica per creare un’infrastruttura economica volta a consentire un confronto militare protratto nel tempo. Ironia della sorte, la crociata di Washington per il monopolio delle armi di distruzione di massa condurrà a maggiori investimenti nello sviluppo di questi armamenti tra i suoi maggiori rivali, mentre non bloccherà il loro sviluppo da parte delle nazioni minori o delle entità non riconducibili ad una nazione di appartenenza.
La stagnazione economica globale e l’unilateralismo statunitense avranno come conseguenza un ulteriore indebolimento del Fmi e del Wto e il rafforzamento di fenomeni come il protezionismo e il regionalismo. Le politiche economiche regionali che uniscono trattamenti economici di favore, controllo dei capitali e cooperazione tecnologica diventeranno sempre più allettanti rispetto sia agli accordi multilaterali per il libero commercio sia ai patti commerciali bilaterali tra USA ed Unione Europea. Le guerre commerciali assumeranno un carattere sempre più frequente e destabilizzante.
Protagonista centrale di questo scenario sarà la Cina. Essendo l’economia americana impantanata in uno stato di stagnazione e soggetta a sovraestensione militare e politica, la forza relativa della Cina è destinata a crescere.

I fautori dell’unilateralismo si preoccuperanno sempre più dell’ascesa cinese e inaspriranno la loro concorrenza politica ed ideologica nei confronti di Pechino. Nel contempo, le loro opzioni rimarranno limitate, per via dei crescenti interessi di Wall Street in Cina, della sempre maggiore dipendenza delle multinazionali americane dagli investimenti in questo paese, e della crescita del consumo statunitense di prodotti di importazione cinese, dai beni voluttuari fino ai prodotti ad alta tecnologia. Washington non troverà una facile soluzione a questo enigma cinese.
Infine (ed è curioso, se teniamo conto degli avvenimenti recenti), si apriranno nuove prospettive per l’Onu, in quanto le nazioni comprendono ormai che la sua capacità di assicurare o negare legittimità è ancora un importante strumento per la realpolitik internazionale. Il ruolo dell’Onu come meccanismo per isolare gli Stati Uniti troverà maggiore applicazione ed è probabile che Washington replicherà con una critica ancora più esasperata, nonché con la minaccia di tagliare i fondi, anche se non sarà in grado di boicottare l’organizzazione.
Come la Germania nazista e l’Italia fascista prima della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti probabilmente si isoleranno sempre più dalla comunità internazionale, pur mantenendo il potere immenso di farla precipitare nel caos.
Una cosa è certa: se gli antichi Romani potessero tornare in vita, trarrebbero questa conclusione: non è questo il modo per governare un impero.
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