Stranieri schedati, bufera in Giappone

Per entrare in Giappone il passaporto non basterà più. Ogni straniero di età superiore a 16 anni dovrà lasciare le sue impronte digitali e farsi fotografare dai funzionari addetti al controllo dei posti di frontiera. Il Parlamento ha reimposto un obbligo che fra
polemiche e proteste era stato cancellato sei anni fa, e viene ora reintrodotto nel quadro di una più severa normativa anti-terrorismo. In realtà, secondo le associazioni per la difesa dei diritti umani, ma anche per l’opposizione politica nazionale, la sicurezza è solo un pretesto, e, come afferma Amnesty International, si tratta di una «legge razzista, fatta passare in nome dell’antiterrorismo in un clima di crescente xenofobia».
La schedatura degli stranieri, che non entrerà immediatamente in vigore, ma lo diventerà comunque entro il novembre del 2007, sembra in realtà una concessione del premier Junichiro Koizumi alla destra nazionalista, per riequilibrare con richiami patriottici il calo di consensi che il Partito liberaldemocratico al governo prevede di subire nei prossimi mesi. Il pronostico è legato alle preannunciate dimissioni dello stesso Koizumi, che, salvo sorprese, a settembre lascerà la carica di primo ministro. La popolarità di Koizumi, personaggio al di fuori degli schemi convenzionali della politica giaponese, è sempre stata più ampia rispetto al naturale bacino elettorale dei liberaldemocratici. Con la sua uscita di scena, i compagni di partito temono un indebolimento del legame con i propri simpatizzanti potenziali, e corrono preventivamente ai ripari, curando lo zoccolo duro tradizionalista, conservatore e xenofobo.
Così almeno parte degli osservatori interpreta la raffica di norme restrittive che sono state varate recentemente. Tra queste, la possibilità di deportare qualunque staniero, anche sulla base di semplici sospetti, per inappellabile decisione del ministero della Giustizia. Sarebbero allo studio inoltre, provvedimenti che rafforzano i controlli sui residenti stranieri, ricorrendo a nuovi documenti d’identità più dettagliati e ad una «mappa elettronica anticlandestini» da redigersi anche sulla scorta di delazioni anonime.
Tra le voci che si sono levate per contestare la legge sulle impronte digitali, oltre alla sezione giapponese di Amnesty, quella degli avvocati. La loro organizzazione di categoria sostiene che essa alimneterà «i pregiudizi secondo cui gli stranieri costituiscono una minaccia» per la popolazione locale. Critiche anche dal Partito democratico, la principale forza d’opposizione che mette in luce il rischio di gravi violazioni della privacy individuale.
Il giro di vite è stato motivato dal governo con la necessità di consolidare gli strumenti di prevenzione verso attentati terroristici. In quanto Paese amico degli Stati Uniti, il Giappone ritiene di essere un possibile bersaglio, anche se sinora gli unici episodi di violenza politica hanno sempre avuto una matrice locale.
Si calcola che su una popolazione di 128 milioni di abitanti, gli stranieri residenti in Giappone siano circa 200mila, di cui un decimo in posizione più o meno irregolare. Il numero di quelli in transito varia ovviamente di anno in anno. Nel 2005 si è toccato la cifra record di 7 milioni, superiore del dieci per cento a quella dell’anno precedente.
Già ora i controlli sono estremamente rigorosi. Anche il cittadino di un «paese amico» non può ottenere il ricongiungimento di un familiare senza sottoporsi ad una complessa trafila burocratica. Per essere raggiunto dal coniuge, da un figlio o dai genitori, per esempio, un italiano che viva in Giappone deve inviare un certificato di eleggibilità all’ambasciata nipponica a Roma, che solo così può avviare le lunghe procedure per il visto. E, per ottenere il certificato in questione all’ufficio immigrazione di Tokyo, occorre che dall’Italia arrivino un certificato di nascita, due fotografie e la copia del passaporto del viaggiatore, mentre il residente dovrà fornire un certificato aziendale di lavoro ed a un documento che comprovi il pagamento delle imposte oltre a copia dei suoi documenti di residenza e del passaporto.