Strage nella madrasa, uccisi 80 giovani discepoli

Una madrasa (scuola coranica) o una base di reclutamento di al Qaeda? Forse le due cose coincidono, nel caso della scuola coranica di Chenagai, nel distretto tribale del Bajaur nel Pakistan nord-occidentale: e in ogni caso la scuola non esiste più. E’ stata distrutta all’alba di ieri, con un raid aereo compiuto da 3 o 4 elicotteri. Le diverse fonti concordano sul bilancio – pesante, circa 80 persone uccise – anche se differiscono sulle età: nel villaggio qualcuno ha parlato di bambini, mentre un responsabile della madrasa ha detto alla Reuter che i discepoli avevano tra 15 e 25 anni.
Secondo l’esercito pakistano la madrasa gestita dal maulana (mullah) Liaqatullah, noto come comandante Taleban, era un centro di addestramento di combattenti per al Qaeda e i Taleban. «Il complesso è stato distrutto», ha detto il portavoce dell’esercito, maggiore-generale Shaukat Sultan, confermando il bilancio di 80 militants (guerriglieri) uccisi e precisando che non c’erano «obiettivi di alto valore» (alti dirigenti dei Taleban o al Qaeda). Certo è che nella mattinata, mentre decine di corpi erano allineati sui lettini di stuoie coperti da teli, un altro maulana, Faqir Mohammad, ha arringato centinaia di uomini del villaggio al grido «possa Allah proteggere Sheikh Osama, possa Allah proteggere Mullah Omar».
In effetti nessuno nega che la madrasa fosse vicino ai Taleban. Il punto è chi ha compiuto il raid: l’esercito pakistano o le forze della Nato dislocate in Afghanistan?
L’esercito pakistano si è attribuito l’attacco, dicendo che è stato necessario perché aveva notizia che si erano raccolti guerriglieri fuggiaschi. Testimoni hanno detto invece che gli elicotteri erano americani, e così dicono anche informatori citati da Asia Times (secondo cui di recente il governo di Islamabad ha concordato con la Nato che possa compiere operazioni sconfinando in territorio pakistano).
La strage della scuola coranica ha sollevato proteste indignate in Pakistan, e rischia di costare parecchio in termini politici al governo di Islamabad, e tanto più se si trattasse della Nato. Qazi Hussain Ahmad, leader del partito religioso Jamaat-e-Islami, ha definito l’attacco un atto «barbarico», anzi: «Un attacco straniero… pari a una dichiarazione di guerra al Pakistan». Due dirigenti del suo partito – un ministro della Provincia di Nord-ovest e il deputato federale eletto nel Bajaur – si sono dimessi per protesta, mentre molti leader politici islamici hanno annunciato proteste per oggi, martedì.
Proprio sabato scorso almeno 3.000 uomini armati avevano manifestato vicino a Khar, nel Bajaur, con slogans di sostegno a bin Laden e a Mullah Omar. Il Bajaur è una delle agenzie tribali (territori autonomi del Pakistan, abitati da popolazioni pashtoon nella regione di nord-ovest confinante con l’Afghanistan) ed è considerato uno dei principali corridoi di passaggio di combattenti al di là della frontiera, nella provincia afghana del Kunar. E’ la roccaforte del partitino islamico che nell’ottobre del 2001, durante i bombardamenti americani, aveva organizzato migliaia di combattenti per mandarli in Afghanistan (presto sconfitti, ma il gesto fu simbolico). E’ anche una delle zone strategiche del Hezb-i-Islami del comandante Gulbuddin Hekmatyar, che dopo il 2001 si è alleato con i Taleban.
Secondo Asia Times, il governo pakistano aveva concluso tre giorni fa un accordo con i comandanti Taleban del Bajaur, lunedì doveva essere firmato un documento: un po’ come l’accordo raggiunto in settembre nell’agenzia del Nord Waziristan, formalmente con gli «anziani delle tribù», per mettere fine alle attività guerrigliere dei Taleban. Su quell’accordo sono infuriate le polemiche, le forze occidentali in Afghanistan dicono che gli attacchi provenienti dal Waziristan non sono affatto diminuiti. Certo è che dopo la strage della madrasa, ogni accordo «di pace» nel Bajaur sembra archiviato.