Strage, celle sbarrate nel Cpt di Schiphol

In poche ore spariscono le tracce del dramma. La prigione di Schiphol, a quattro chilometri dall’aeroporto di Amsterdam e di fronte ad una discarica di materiali per l’edilizia, si presenta quasi perfetta, come se nulla fosse accaduto. Nulla se non fosse per le parabole dei furgoni delle televisioni, per il via vai di auto con i vetri oscurati e per qualche vettura dei pompieri. Non c’e’nemmeno odore di bruciato, nell’aria fin troppo calda e tersa per questo fine ottobre. La polizia, gentilmente, non fa avvicinare nessuno, non permette nemmeno di fare il periplo del recinto per guardare dietro, dove, al di là di recinzioni alte tre metri con filo spinato, si trova il complesso che fino a ieri ospitava 43 immigrati irregolari. A mezzanotte di mercoledì la struttura ha preso fuoco, liberando fiamme alte, «spettacolari, impressionanti», racconta un tassista. «L’incendio si è propagato con rapidità» osserva un poliziotto. Il rogo è andato avanti per tre ore portandosi via 11 persone e ferendone altre 15. Non si conosce la nazionalità delle vittime – «alcune sono carbonizzate, sarà un procedimento lungo», dice il governo – né le cause dell’incendio. Non si esclude nulla, nemmeno che il fuoco sia opera di un immigrato. «Sono sconvolto da un disastro di queste dimensioni», dice il premier olandese, Jan Peter Balkenende, quello della linea dura contro immigrati e rifugiati.

Ma che ci fanno degli immigrati, per quanto irregolari, in un carcere? E’ una domanda, che andrebbe posta pure ad altri governi e che riguarda la politica. Un’altra è: che hanno fatto gli agenti di guardia?

Una faccenda che parla di giustizia. I soccorritori «hanno fatto tutto il possibile», recitano all’unisono i ministri della Giustizia e dell’Immigrazione, Piet Hein Donner e Rita Verdonk. «Non hanno aperto la porte – ribatte un prigioniero, intervistato dalla tv pubblica Nos – ci hanno tenuti rinchiusi. Ci bruciava la gola, urlavamo e davamocalci alla porta». Grida, urla e fumo non sono bastati. Il personale non ci crede, teme un tentativo di fuga e di fatto condanna al rogo 11 persone. Questo dice l’immigrato. In serata si viene pure a sapere che le guardie non dipendono dal ministero, ma sono impiegati dell’impresa privata Securicor cui è appaltatala gestione della sicurezza nel centro. E’ personale che lavora oggi a Schiphol e domani in un supermercato o oltrove, per una partita o un concerto. Personale impreparato, a ulteriore dimostrazione di dove può portarela privatizzazione delle carceri .

E la fuga, tra l’altro, si è comunque realizzata. Ieri sera otto persone erano ancora ricercate dalla polizia mentre tre sono state bloccate nel pomeriggio. Le ricerche sono sostanzialmente discrete, la polizia si nota poco, solo un elicottero ha girato fino a sera nell’area della prigione. Intanto Ruwald Wevers, portavoce dei pompieri della regione assicura che «al momento dell’ultimo controllo tutto era normale». Jan sta seduto di fronte all’edifico che accoglie gli uffici dell’amministrazione del centro. Si gode il sole ed al collo sfoggia un cordicella con i colori dell’Ajax da cui pende un badge, una tessera magnetica, che gli permette di entrare ed uscire. Il problema è che la modernità funziona solo verso l’esterno e non all’interno del centro di reclusione. «Hanno dovuto aprire manualmente tutte le celle e sono oltre 300, per questo le guardie ci hanno messo tanto» racconta lui stesso. Eppure il centro è nato nel 2002 ed è stato ampliato l’anno successivo, ha un’aria di modernità che si nota pure da fuori. Invece dentro manca un sistema per l’apertura automatica delle celle, che avrebbe permesso di salvare tutti. «Siamo molto colpiti per la mancanza di un sistema di apertura centralizzato», afferma il portavoce del Consiglio nazionale per i rifugiati. Sui fatti e sui molti interrogativi sollevati dalle fiamme faranno luce due differenti indagini, ha assicurato nel pomeriggio il portavoce del ministero di Giustizia, Martin Bruinsma. La prima verrà diretta dal procuratore reale e l’altra, con carattere indipendente, dal Comune di Harlemermeer, cui appartiene Schiphol. Verranno fatte analisi sui materiali utilizzati per gli arredamenti. Sotto inchiesta dovrebbe però finire in primo luogo il sistema che obbliga un immigrato in un centro di reclusione.

Alphonse Muambi è un congolese che lavora come traduttore nel centro. Ieri doveva avere un colloquio con una sua assistita e si è precipitato ben prima dell’orario temendo di non trovarla più in vita. Esce sollevato, ma non contento. Racconta la vita dentro. «Ci sono trecento celle, la gente è trattata bene, tenendo conto della situazione. I complessi sono due, uno di fronte all’altro, il primo per le persone con casi penali pendenti, soprattutto corrieri della droga che arrivano dal sud America e vengono rinchiusi in attesa dell’espulsione degli ovuli. Il secondo complesso è per gli immigrati con documenti illegali. Di fatto, anche fisicamente, vi è come un’equiparazione tra due realtà che sono invece distinte». «La mia assistita -continua – e’ stata fermata con un passaporto falso, per questo è qui. Intanto ha fatto domanda d’asilo ma il procedimento non parte fino a che non finisce l’indagine sul suo passaporto. Il problema è che pur riconoscendoti innocente, è assai difficile che ti accordino lo status di rifugiato: l’asilo in Olanda e’ gia’ finito».

In pratica il centro è nato per rinchiudere i pesci piccoli del traffico di droga, un flusso che raggiunge numeri importanti a Schiphol, per poi servire anche come prigione per gli immigrati irregolari, in attesa che le indagini sui loro documenti o sulla rete di trafficanti che li ha portati li si concluda. Poi vengono espulsi. Sul capitolo droga, sono 3.300 i trafficanti bloccati solo l’anno scorso a fronte però di un numero di corrieri valutato sulle 25-30.000 unità, persone provenienti in gran parte dalla Colombia, dal Venezuela e dai Caraibi. Presso di loro il governo ha deciso di piazzare i senza documenti, anche quelli che hanno inoltrato una richiesta di asilo. E giusto a un chilometro dalla prigione sorge l’edificio in cui vengono trattate le pratiche dell’asilo rapido, l’ultima invenzione del governo Balkenende in fatto di rifugiati. In 48 ore le autorità valutano la procedura e poi, se non ci sono le basi per procedere, l’interessato viene espulso senza poter quindi seguire il ricorso.

L’asilo in Olanda è proprio finito. Mettendo in carcere gli immigrati privi di documenti c’è il rischio di finire le scorte di umanità e di giustizia.