Storia di David, impazzito dopo 5 anni di isolamento a Guantanamo

«È come nei campi di concentramento nazisti. Una volta entrati dentro non se ne esce più vivi», ha risposto David Hicks agli avvocati che s’informavano sulle sue condizioni durante l’ultimo incontro concesso dalle autorità di sorveglianza. È un cittadino australiano convertitosi all’Islam, catturato in Afghanistan nel dicembre del 2001 dalle truppe Usa. Un mese dopo lo hanno trasferito nella base di Guantanamo, un presidio della Marina finito in disuso che l’amministrazione Bush ha trasformato in un carcere speciale per i «combattenti nemici» dell’America. Le accuse inizialmente formalizzate nei sui confronti sono cadute quando la Corte suprema Usa ha dichiarato illegali le commissioni militari cui il presidente aveva dato mandato per istruire e svolgere i processi.
Hicks si è sempre proclamato innocente ma il governo insiste che è un terrorista. E spera che si decida a confessare. Dopo cinque anni nel lager dei Caraibi è un uomo distrutto. David McLeod, uno dei legali che volontariamente l’assistono, è uscito sconvolto dal colloquio. Il giovane di 31 anni che s’è trovato davanti sembra un vecchio in condizioni pietose: gli occhi infossati, le guance scavate, con evidenti segni di squilibrio mentale. «Non è stato facile discutere la sua posizione, a tratti dà l’impressione di non rendersi nemmeno più conto di quello che gli accade attorno. È evidente che la sua salute fisica si è gravemente deteriorata, ma la nostra preoccupazione principale riguarda il suo stato di salute mentale». I sintomi sono quelli che nei manuali di psichiatria vengono associati a prolungate situazioni di isolamento estremo. Hicks – come la maggior parte dei detenuti a Guantanamo – trascorre 22 ore al giorno chiuso in cella. Senza avere contatti con nessuno se non con i carcerieri. Non solo fa fatica a seguire un ragionamento, ma presenta serie difficoltà a parlare.
Il primo ministro australiano John Howard, che ha già pagato un prezzo all’alleato americano con un contingente simbolico nella guerra in Iraq, all’inizio del mese aveva dato una sorta di ultimato a Washington: entro la metà di febbraio o lo incriminate o ce lo restituite. La scadenza si avvicina ma non è chiaro cosa Howard intenda o possa fare. Un appello alla corona britannica perchè intercedesse per la sua liberazione è caduto nel vuoto. La regina Elisabetta II – che ricopre il ruolo di capo di Stato in Australia in quanto nazione facente parte del Commonwealth – ha risposto di non avere autorità in materia. Anzi da Londra il ministro degli Esteri Alexander Downer s’è premurato di comunicare che Hicks non soffre affatto di problemi mentali. Interrogato su come potesse fare una simile valutazione, visto che non è mai stato a Guantanamo nè vanta studi di medicina, Downer ha risposto di averlo saputo dall’ambasciatore americano a Canberra. La Casa Bianca intanto continua a ignorare le pressioni per la chiusura di Guantanamo giunte dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, da un vasto fronte della comunità internazionale e di tutte le organizzazioni che difendono i diritti umani.