Storia dell’acciaieria dall’Italsider a Riva; con uno sconto di 600 miliardi

L’Ilva di Taranto è una delle cosiddette “cattedrali nel deserto” sorte agli inizi degli anni ’60, durante il grande boom economico. Oltre all’Ilva -allora Italsider, di proprietà statale – c’erano l’Alfasud di Pomigliano, le raffinerie di Siracusa, la Montecatini di Brindisi, l’Anic di Gela. E altre. Tutte industrie che creavano lavoro soltanto al loro interno, senza riuscire a formare un indotto sufficientemente esteso all’esterno.
Gli anni del boom, si diceva. Tra il ’58 e il ’63 il Pil italiano aumentò del 6,3%, mentre la produttività oraria nel settore siderurgico, sempre in quegli anni, cresceva a ritmo dell’8,5%-11%. Tanto che il gioiello delle partecipazioni statali, il complesso siderurgico più grande d’Europa, nel periodo della sua massima espansione riuscì a dare lavoro a 40mila persone.
Fu dal ’75 in poi che l’azienda cominciò ad andare in crisi, perdendo sempre più profitti e posti di lavoro. Negli anni ’80 e ’90 è un’emorragia di denaro: che entra, anche dalla Comunità europea, e che esce dallo stabilimento. Il “risanamento” arriva negli anni ’90, quando viene chiamato un manager giapponese, che, con i suoi metodi, la porta ad un utile di 500 miliardi, valutandola 2.000. Il prezzo, però, pare troppo alto e lo stato si accontenta di cederla alla famiglia Riva nell’aprile del 1999 per 1400 miliardi di lire.
Da allora sono cominciati i risparmi; sulla sicurezza e sul lavoro. La privatizzazione ha fatto dell’Ilva un vero e proprio bubbone per il territorio di Taranto e per la società. In cinque anni migliaia di operai e impiegati sono stati messi in cassa integrazione, mentre entrano al loro posto giovani freschi freschi, pronti per i contratti a termine o di formazione-lavoro.
Sui circa 12 mila dipendenti attuali sono ormai un terzo i giovani, mentre i “vecchi” non vengono spesso accompagnati fino al pensionamento, ma messi alla porta dopo qualche infortunio, malattia o protesta sindacale.
Anche il numero degli infortuni, nel frattempo, è cresciuto a dismisura: i sistemi di sicurezza sono fatiscenti o inadeguati. Nel ’99 ci sono stati 7500 infortuni e 20 morti; due anni prima, nel ’97, gli infortuni erano stati 6500 e i morti “soltanto” 13. Ma non basta, perché l’Ilva uccide anche fuori: l’azienda di Riva è sotto processo anche per le polveri che, dai parchi minerali, vengono diffuse sulla città; e anche le cokerie sono altamente inquinanti. Taranto ha un tasso di mortalità per tumore molto più alta del resto del sud.