Stipendio doppio a chi lavora da precario

Proposte all’Unione

Le forze politiche che vogliono sostituire Berlusconi debbono porsi il problema di quale “altro” modo di governare è possibile nel campo dell’economia, dei diritti, delle compatibilità ambientali e del lavoro.
Una pura sostituzione di ceto politico per “fare meglio” ciò che Berlusconi non ha saputo fare sarebbe un suicidio annunciato nel breve periodo che passerebbe tra la probabile vittoria elettorale del 2006 e lo scatenarsi di conflitti sociali insanabili.

Questo “altro” va costruito, cercato e dichiarato insieme a chi mantiene lucidità di analisi della situazione, offre pratiche ed esperienze possibili, individua nel conflitto una nuova ricerca di mediazione e quindi assegna un ruolo ad un governo alternativo a quello del centrodestra.

Il punto di partenza per chi vive dentro i processi di cambiamento del lavoro e dell’impresa è dato dalla consapevolezza che il capitalismo italiano è in una fase molto pericolosa.

Lo scontro che si è aperto è tra quegli imprenditori che rappresentano i centri di potere tradizionale e che si preparano in autunno a dare battaglia ai lavoratori metalmeccanici negando loro 130 euro di aumento mensili in due anni, e coloro che come il cancro diffondono la speculazione finanziaria quale nuova religione del profitto radendo al suolo imprese, banche beni pubblici.

Entrambi questi fronti hanno già perso sia nella competizione internazionale (vedi Fiat, Olivetti, settore elettronico, informatico, farmaceutico, siderurgico eccetera) sia sulla credibilità del sistema finanziario italiano i cui disastri (Cirio, Parmalat, Antonveneta) verranno pagati a caro prezzo da tutti noi.

Lasciati fare nella loro scomposizione e ricomposizione dei poteri non possono che generare macerie per il nostro paese sottoponendo a tensioni oltre il limite tollerabile lo stesso sistema democratico. Esiste quindi un pericolo per la democrazia che nessun governo potrà risolvere se non entrerà con pari forza, autorevolezza e soggettività la questione del lavoro e dei lavoratori.

Perché ciò accada è necessario lasciare alle spalle il più grande equivoco che anche nella sinistra c’è stato sul lavoro e cioè quello che con l’informatizzazione e le nuove frontiere tecnologiche l’uomo e la donna sarebbero stati più liberi, imprenditori di se stessi, non più alienati dal senso del fare, con la possibilità di determinare il proprio tempo di vita e di lavoro oltre che la remunerazione. Tutte balle. Oggi la precarietà la fa da padrona, si può essere ricchi senza lavorare ed essere poveri lavorando mentre milioni di lavoratori salariati sottopagati aumentano la schiera del proletariato internazionale senza diritti come ad esempio in Cina e in India.

Allora cosa fare? Se non esistono ricette sperimentate sul piano economico e sociale, tranne la guerra, per affrontare simili questioni un nuovo governo può sicuramente mettere in moto forze e movimenti per ridare senso, realtà e valore al lavoro.

Come? Innanzitutto facendo capire che la lotta dei lavoratori per difendere produzione, proprietà intellettuali, ricerca e sviluppo dei prodotti e dei processi è un interesse generale del Paese prima che particolare per chi perde il proprio posto di lavoro. E qui entra in gioco il ruolo dello Stato non certo per “catalizzare i mezzi di produzione” ma per decidere ciò che è strategico per lo sviluppo del paese: i treni, le metropolitane, le auto ad idrogeno, l’energia, il tempo delle persone, le relazioni sociali, la sanità e la scuola. Sulla base di queste scelte dovranno poi operare le istituzioni chiamando alla partecipazione i cittadini consapevoli che al federalismo medioevale conosciuto si contrappone un serio decentramento dei poteri e delle risorse. Risorse già individuabili se si tasseranno le rendite come oggi si tassano i lavoratori e le imprese.

Se seriamente lo Stato interviene per orientare e sostenere quelle imprese considerate strategiche deve contemporaneamente preparare un piano sociale straordinario a sostegno del lavoro per far sì che le ristrutturazioni non generino esuberi, cioè espulsione dei lavoratori, ma inclusioni e cioè nuove occasioni di lavoro e di reddito. A questo proposito tante sono le proposte ma una su tutte prevale ed è quella di far pagare il lavoro precario, cioè a tempo determinato, il doppio di quello a tempo indeterminato. Così va ripensato il tempo di lavoro comprendendo in esso anche il tempo della mobilità e della formazione continua.

E infine esiste la questione democratica. E’ nei luoghi di lavoro, nella frammentazione delle imprese, nel frenetico consumo del proprio tempo di vita dove registriamo la presenza di un unico potere: quello dell’impresa, un unico comando: quello delle gerarchie. Si può ridare potere di decisione ai lavoratori attraverso l’applicazione della Costituzione italiana? Si può dire che un sindacato non può essere autoreferenziale e deve rispondere per ciò che firma ai diretti interessati? Si può fare una legge per la democrazia nei luoghi di lavoro? E’ una strada obbligata se si vuole che i conflitti dei prossimi mesi ed anni non siano solo di natura corporativa.

Su queste tre questioni insieme al sostegno che i lavoratori metalmeccanici e del settore pubblico avranno o meno per il rinnovo del loro contratto nazionale di lavoro da parte della politica si capirà concretamente se una nuova fase economica e sociale è possibile per il nostro Paese.