Stazzema, il processo necessario

Il Tribunale Militare di La Spezia, dopo una trentina di udienze, ha condannato all’ergastolo dieci criminali nazisti che nell’agosto 1944 avevano partecipato alla strage di Sant’Anna di Stazzema. Gran parte del merito di questo risultato processuale deve essere riconosciuto al Procuratore Militare di La Spezia, che con una tenacia ammirevole è riuscito a ricostruire i fatti, a individuare alcuni dei colpevoli superstiti, a rilevare le prove a carico. In altre parole, a porre le basi perché, sia pure a decenni di distanza, fosse fatta parziale giustizia.
I motivi che hanno condotto a celebrare oggi processi penali che avrebbero dovuto essere celebrati nell’immediato dopoguerra sono noti: la scomparsa di decine di fascicoli aperti dagli alleati, e trasmessi alla autorità giudiziaria italiana, sulle stragi compiute dalle SS e dai fascisti a cavallo fra il 1944 e il 1945 e la loro recente scoperta in un armadio murato in uno dei palazzi romani. È altresì noto il contenuto del dibattito storicopolitico che ha investito tale vicenda e che ha condotto alla istituzione di una Commissione Parlamentare d’inchiesta finalizzata a chiarire le ragioni della scomparsa. La celebrazione dei processi penali contro i criminali nazisti a oltre cinquanta anni di distanza dagli eccidi pone alcune questioni che trascendono la ricostruzione delle ragioni storiche e politiche che hanno indotto a imboscare le inchieste del dopoguerra. Ci si deve domandare se ha ancora senso perseguire oggi persone che sono state autrici di delitti, sia pure gravissimi, oltre mezzo secolo fa. Ci si deve domandare sulla base di quali tecniche di indagine, e di quale apparato probatorio, sia possibile individuare oggi elementi in grado di inchiodare, al di là di ogni ragionevole dubbio come richiede la Cassazione, i presunti colpevoli alle loro responsabilità. Il primo è problema eminentemente politico. Il secondo è problema eminentemente giuridico.
(…) Io ritengo che la celebrazione dei processi sia stata non soltanto «atto giuridicamente dovuto», ma anche «atto moralmente necessario». Che sia stato atto giuridicamente dovuto è fuori discussione. I crimini contro l’umanità sono delitti imprescrittibili; la scoperta di ogni delitto non prescritto obbliga le procure a indagare, e se nelle indagini emergono sufficienti indizi di reità, a esercitare la azione penale chiedendo il rinvio a giudizio degli indiziati; nel caso di specie i delitti non erano prescritti, e sono emersi forti indizi di reità; a questo punto celebrare il processo era diventato un dovere giuridico.
(…) Siamo giunti, a questo punto, al cuore della prima questione che ho posto poc’anzi. A mio parere celebrare comunque oggi i processi penali per strage contro i criminali nazisti costituiva un preciso dovere morale: di rispetto nei confronti dei parenti delle vittime, e delle vittime superstiti; di giustizia nei confronti della intera collettività civile; di ricostruzione, anche a livello giudiziario, di un pezzo di storia del Paese; di omaggio riverente alla memoria degli uccisi. Né vale obiettare che nonostante le condanne all’ergastolo i condannati non patiranno mai neppure una parte della pena inflitta. Rimane il valore simbolico della condanna, che è comunque inestimabile.
(…) Mettendo mano a una certosina ricerca condotta su archivi tedeschi e angloamericani, la Procura Militare di La Spezia, con l’ausilio di consulenti tecnici, è riuscita a stabilire con certezza quali erano le compagnie della famigerata XVI Divisione Reichsführer SS che avevano preso parte alla operazione di Sant’Anna; ad avere analoga certezza che tutti i militari in forza a tali compagnie il giorno dell’eccidio avevano partecipato alla spedizione; a stabilire quali militari erano in forza quel giorno alle predette compagnie, e quali invece mancavano perché deceduti, o perché in licenza o ricoverati in ospedale. Sono stati successivamente individuati quali dei militari erano scomparsi nel corso dei lunghi anni di silenzioso oblio processuale della strage, e quali erano invece rintracciabili.
(…) Nei confronti di alcuni militari non sono state invece individuate tracce positive specifiche di presenza o di specifica attività compiuta, ma è emersa soltanto la prova documentale certa che avevano partecipato alla operazione. Soprattutto nei confronti di tali militari si poneva un delicato problema giuridico: era sufficiente, o non era sufficiente, avere dimostrato la loro presenza alla operazione per considerarli responsabili degli omicidi dolosi contestati? Sul terreno strettamente giuridico si è trattato del problema che mi ha maggiormente interessato. Ci si doveva domandare se dovevano essere chiamati a rispondere a titolo di concorso di persone nel reato di omicidio, soggetti che era certo che avevano preso parte alla famigerata missione di quel giorno, ma nei confronti dei quali nulla si sapeva sul ruolo esercitato e sulle specifiche azioni alle quali avevano preso parte.
(…) La Procura della Repubblica di La Spezia, nel momento di decidere chi rinviare a giudizio, ha fatto la scelta intelligente di chiedere tale rinvio soltanto nei confronti di coloro che possedevano quantomeno il grado di sottufficiale, e pertanto un ruolo di comando, scartando i soldati semplici. In questo modo la prova dell’apporto causale al contesto che ha consentito di assassinare un gran numero di persone era in re ipsa, cioè nella stessa circostanza di avere partecipato alla operazione con funzione di comando. Meno agevole era, apparentemente, dimostrare il dolo, cioè l’apporto consapevole di tutti a una operazione che avrebbe sicuramente condotto alla uccisione di civili inermi. A quest’ultimo riguardo è risultata decisiva la acquisizione agli atti del processo, tramite apposita consulenza tecnica, del c.d. sistema di ordini Kesselring, diffuso a tutti i livelli di comando delle divisioni SS pochi mesi prima della strage. In tale documento erano previste dettagliatamente, secondo una meticolosità tutta tedesca, modalità e conseguenze delle azioni di rastrellamento. Una azione di rastrellamento, si leggeva, portava a passare immediatamente per le armi i sospetti ad appartenere alle formazioni partigiane, a raggruppare tutti gli uomini adulti abili al lavoro in luoghi prestabiliti per essere tenuti a disposizioni per azioni di rappresaglia (secondo la nota percentuale fra morti tedeschi e morti italiani), di eliminare comunque le persone inabili al lavoro, di convogliare i superstiti ai campi di lavoro in Germania. Se questa era normativa codificata, i militari che si sono mossi la mattina presto del giorno della strage alla volta di Sant’Anna, non potevano pertanto non immaginare che in conseguenza della azione di rastrellamento molte persone sarebbero morte. Ma allora risulta comunque provato che ciascuno di essi era perfettamente consapevole del contributo causale che apportava a una azione che avrebbe lasciato una scia di morti. E questo, sulla base dei principi di diritto enunciati, era più che sufficiente per giustificare la condanna per omicidio volontario.
Nella vicenda di Sant’Anna i fatti hanno d’altronde superato l’immaginazione. Contro ogni legge di guerra sono stati barbaramente uccisi donne, vecchi, bambini. È impensabile che una azione così complessa non fosse stata studiata a tavolino nei dettagli dai comandi SS; ed è impensabile che i militari che avevano funzione di comando non fossero stati preventivamente informati di quanto si era deciso di perpetrare. Su questa base non è stato difficile al Tribunale riconoscere la responsabilità penale per il delitto di omicidio doloso plurimo contestato di tutti gli ufficiali e sottufficiali rinviati a giudizio.

(testo tratto dal libro «Vite bruciate»)