Stato d’eccezione, male del liberalismo

E’ spiacevole ma è necessario ammetterlo: è dolorosamente attuale la bella ricerca di Romano Nobile sulla tortura (La tortura nel Bel Paese, Malatempora Editrice, euro 10). E’ una narrazione che analizza la deriva dello Stato di diritto descrivendo vari tipi di tortura attuali che vanno dalle torture corporee al microchip. Giustamente viene ricordata la frase di Leonardo Sciascia: «nei paesi scarsamente sensibili al diritto, anche quando se ne proclamano antesignani e custodi, il fatto che la tortura non appartenga più alla legge ha conferito al praticarla occultamente uno sconfinato arbitrio».
Vi è un ossimoro forte, provocatorio eppure tragicamente attuale nel contesto statuale e globale: «tortura umanitaria», «tortura democratica». La tortura non è residuo del passato, nicchia di arretratezza; è drammatica narrazione di un presente che smantella le acquisizioni (che sembrano “scontate”) dello Stato di diritto; essa è dentro le nostre vite, alla caserma Ranieri di Napoli come a Bolzaneto, come ad Aviano. Me ne sono dovuto interessare, studiando gli aspetti sofisticati sul piano tecnologico, lavorando, come parlamentare, intorno alla condizione carceraria di Paolo Dorigo (incontrando difficoltà pressoché insormontabili nel governo e nello Stato italiano anche solo nel dare esecuzione alle ripetute deliberazioni delle Corti europee); sempre come parlamentare ho dovuto assistere, nelle aule parlamentari, alle indecenti giaculatorie dei leghisti, dei fascisti, di postfascisti che non hanno nemmeno permesso ciò che è giuridicamente un obbligo internazionale, l’inserimento, cioè, nel nostro codice penale, del reato di “tortura”. Potrei continuare, con il dolore del garantista che vede smantellato, giorno per giorno, il sistema delle garanzie. Forse è bene tentare di ricercare cause, processi, contesti di un degrado di civiltà giuridica inimmaginabile, in Europa, sino a non molti anni fa. Il punto centrale sembra questo: la sicurezza non sopporta più la tutela dei diritti umani; è la bancarotta del liberalismo. La tesi è stata più volte, negli ultimi due anni, formulata espressamente dall’amministrazione Usa: «l’America non può lasciarsi indebolire dal rispetto dei diritti umani». Se è utile per garantire la sicurezza di un tenore di vita, insomma, anche la tortura è accettabile. Siamo di fronte ad una scissione, molto grave, tra i concetti di “sicurezza” e di “democrazia”. E’ il punto fondamentale del passaggio, che stiamo vivendo, dallo Stato sociale allo “Stato penale globale”. Emergenzialismo, proibizionismo, “stato di eccezione” sono i paradigmi in base ai quali gli Stati danno risposte sicuritarie alle domande, alle pulsioni, alle insicurezze sociali. Ma perché l’ansia di sicurezza (giusta, in sé) viene trasformata in securitarismo, in bulimia carceraria, in ossessione punitiva? Il primo punto da sottolineare è lo stato di guerra permanente e globale. La “guerra preventiva e globale” è, di per sé, fattore di emergenzialismo globale. La guerra viene proiettata tanto all’esterno quanto all’interno delle frontiere nazionali, con il suo corredo ideologistico di nazionalismo e militarismo. C’è «un rapporto di osmosi – scrive De Giorgi – che sembra avvolgere sempre più il nesso tra ordine pubblico e sicurezza globale. Dai dannati delle metropoli la guerra preventiva si estende ai vecchi e nuovi dannati della terra, la cui esistenza rappresenta di per sé una minaccia al falso universalismo neoliberale». Qui è colta in maniera straordinariamente efficace la connessione tra guerra imperiale, condizione migrante, abbattimento del sistema dei diritti. Un secondo punto, correlato: la “tortura democratica” è frutto avvelenato della ipertrofia carceraria. E’ un vero e proprio mutamento di paradigmi, è finito il tempo dell’«habeas corpus». Si moltiplicano le forme di privazione delle libertà, rimesse all’arbitrio del potere. Dal carcere come ultima istanza nella tradizione garantista siamo passati al carcere come risposta al “disagio sociale” ed alla incapacità dello Stato di dare risposte (in termini di diritti) alle domande sociali. «Tutte le pene che non sono richieste dalla necessità sono tiranniche», ammoniva severamente Montesquieu. Il sociale, la sicurezza sociale sono stati fagocitati dal penale, dalla onnivora riduzione ad “ordine pubblico” permanente. Dovremo percorrere il cammino inverso: depenalizzare, decarcerizzare. Chiudere i Centri di permanenza temporanea, galere etniche che non ammettono umanizzazione. Chiusi e basta. Anche perché la repressione contro i migranti, che sono oggi l’anello debole della catena, è un laboratorio, una sorta di sperimentazione dell’emergenzialismo contemporaneo. E’ bene tenerlo a mente. Permettere, infatti, che, in nome della sicurezza (e del consenso elettorale), esistano ingiuste galere etniche significa contribuire a costruire il degrado del sistema delle garanzie per tutte e tutti, indigeni e migranti, l’ingabbiamento totale delle nostre libertà.