Stati Uniti, il movimento dei “latinos” alla prova dello sciopero

Pedro Ortega ha perso il lavoro e nella sua fabbrica di componentistica per auto della cintura di Chicago la stessa sorte è toccata ad altri nove. Sei addetti alle cucine di un ristorante di Houston, ventuno macellatori a Detroit e chissà quanti altri sono stati riammessi al lavoro dopo che sindacati e organizzazioni per i diritti civili hanno reso pubblico il caso. A diversi studenti è toccata la sospensione o l’espulsione da scuola. La singolarità di questi licenziamenti è che in alcuni casi non c’era nessun contratto da recidere o rispettare. Solo una stretta di mano. Come mai? Perché i licenziati sono latinos, in alcuni casi senza permesso di soggiorno, e la loro colpa è stata quella di non andare a lavorare il 10 aprile, quando in molte città si è svolta la nuova marcia di protesta contro le leggi sull’immigrazione in discussione o approvate dal Congresso degli Stati Uniti.
La questione dei licenziamenti e delle espulsioni di studenti che quando ci sono le marce disertano le lezioni sta in qualche modo dividendo il movimento dei latinos e degli altri immigrati irregolari che hanno riempito come non mai le strade di tutte le grandi città americane. Contro la tremenda legge HR4437 approvata dalla Camera dei rappresentanti e il rinvio del voto al Senato su proposte più moderate si va delineando uno sciopero generale dei migranti per il 1 maggio e i licenziamenti di questi giorni impauriscono le organizzazioni più moderate (o le lobby latine tradizionali). L’idea del primo maggio è quella di non andare a lavorare, non vendere, non comprare nulla per un giorno, «Non credo che metteremo in ginocchio l’economia, ma ci faremo vedere», ha spiegato alla Reuters il democratico Charles Barron, membro del consiglio comunale di New York. L’intento è quello di mostrare quanto pesano quelli che l’ala dura dei repubblicani chiama illegal aliens, un po’ come qui si dice «i clandestini».

Nei forum di discussione delle organizzazioni dei latinos c’è qualche discussione sull’opportunità di fare il blocco o meno, ma lo scontro è soprattutto tra sostenitori della battaglia per ottenere uno status regolare sul territorio degli Stati Uniti e i bianchi razzisti che si collegano a internet per lanciare qualche insulto. Prendiamo a caso un botta e risposta: «Siate riconoscenti per quello che questo grande Paese vi da oppure, se siete così infelici, levatevi dalle palle», scrive USA; «Come potete non capire quello che stiamo facendo? Pinches gringos! Siamo quelli che si spezzano la schiena e sudano nei campi. Ditemi quanti bianchi lavorerebbero dall’alba al tramonto per meno del salario minimo. Vogliamo solo nutrire le nostre famiglie e questi ci trattano da criminali. Sostenete il boicottaggio del primo maggio», risponde mexicano. Il tono del dibattito politico è lo stesso: c’è chi vuole trasformare i lavoratori in criminali e chi pensa che sarebbe giusto fare una qualche forma di regolarizzazione per gli 11-12 milioni di persone che vivono negli Stati Uniti senza essere regolari.

Nella comunità le divisioni sono tra le grandi organizzazioni nazionali, tradizionalmente moderate e legate alle istituzioni di Washington, che premono per aspettare a proclamare ancora mobilitazioni prima di capire cosa farà il Senato (che riapre il 29 aprile) e le organizzazioni di base che spingono per scioperare comunque. All’11 aprile erano già più di 110 i gruppi locali e nazionali che hanno aderito alla giornata di sciopero. Tra questi c’è qualche piccolo gruppo politico della sinistra e tante associazioni comunitarie, chiese, radio, sindacati locali di diversi stati, ma soprattutto californiane, newyorchesi e texane. Tra quelli che dicono di aspettare ci sono anche i pezzi più moderati, che protestano per la presenza dei pacifisti nelle manifestazioni e temono quelle che definiscono «strumentalizzazioni politiche». A queste preoccupazioni rispondeva ieri Brian Becker, uno dei coordinatori della Anti war campaign, sulle colonne del Washington post: «Siamo solo parte della coalizione contro la legge, non abbiamo intenzione di guidarla e ci atterremo a qualsiasi decisione venga presa dalle comunità di immigrati». Dalla parte dei latinos c’è anche Eva Longoria, star del serial televisivo Desperate Housewifes, che ha annunciato che produrrà assieme al sindacato dei lavoratori dei campi un documentario sui raccoglitori di frutta.

Tutta la vicenda ha naturalmente enormi ripercussioni politiche. Gli elettori di origine latina sono 14 milioni e in grande aumento. Lo scontro al Senato è procedurale: i democratici vogliono poter emendare il testo che prevede la regolarizzazione, i repubblicani lo vogliono così com’è (ma non hanno i voti per approvarlo perché l’ala dura sostiene il testo approvato alla Camera). Entrambi i partiti cercano di attribuirsi le colpe della mancata messa ai voti la settimana scorsa. Giovedì sera il presidente Bush e il capogruppo democratico Harry Reid si sono scambiati accuse sul tema. Il presidente sta studiando le modalità per spingere i suoi ad accelerare. Tutti guardano alle elezioni di novembre e alla paura di perdere il voto di latinos, cinesi e coreani.