Statali, Epifani è «riformista»

Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani, con un’intervista alla Repubblica, apre a ipotesi di ristrutturazione del pubblico impiego (non ai licenziamenti, ma alla «mobilità territoriale») e raccoglie il plauso degli industriali e dei «riformisti» dell’Unione. Una versione soft del sindacato che invece non piace all’ala radicale della coalizione: per Manuela Palermi, capogruppo dei Verdi-Pdci al Senato, le parole del leader della maggiore organizzazione sindacale italiana sono «sconcertanti». Palermi è anche l’autrice dell’emendamento alla finanziaria che ha istituito il fondo per la stabilizzazione dei precari del pubblico impiego, e dell’intervista a Epifani non deve aver gradito gli scarsi riferimenti – se non in un breve passaggio – alla questione del precariato.
Epifani apre dunque sulla possibilità di «mobilità territoriale degli statali con politiche di incentivazione» e sottolinea che la priorità del governo non dovrebbe essere tanto la riforma della previdenza quanto quella della pubblica amministrazione. «Il motivo vero per cui le multinazionali non investono più in Italia – spiega – sta nell’inefficienza della burocrazia: non certo nel costo del lavoro o nella sua rigidità». Secondo Epifani «non è vero che in Italia ci sia un eccesso di dipendenti pubblici ma piuttosto ci sono servizi in cui c’è eccesso di manodopera e altri dove questa è carente». Per Epifani insieme alla mobilità bisogna avere a disposizione «investimenti in formazione e la fine della precarietà». Infine, per il leader Cgil «va abolito lo scalone Maroni, poi ci sono lavori per cui non si può pensare di prolungare la permanenza e altri in cui invece è possibile. Ma dico anche che non si possono ridurre le future pensioni dei giovani toccando i coefficienti di trasformazione».
Le parole del leader della Cgil sono state apprezzate dal direttore della Confindustria Maurizio Beretta: «Epifani concorda con la Confindustria sul peso della burocrazia – spiega Beretta – Finalmente anche il sindacato, la Cgil, comincia a porsi il problema della pubblica amministrazione non solo dal punto di vista di chi ci lavora, ma di tutti i destinatari, le imprese e i cittadini». Confindustria, però, non è d’accordo sul fatto che quella delle pensioni non sia una riforma prioritaria. Pier Paolo Baretta, della Cisl, frena: «E’ sbagliato fissare ora le priorità: aspettiamo cosa dice il governo e poi diremo la nostra». Paolo Pirani, della Uil, è più possibilista e insiste sul tema degli incentivi da offrire a chi accettasse la mobilità.
Apprezzamento delle parole di Epifani da parte di Lanfranco Turci, della Rosa nel pugno, che invita a «passare dalle parole ai fatti». Molto critica Palermi, del Pdci, che parla di parole «sconcertanti»: «Non una parola sui cosiddetti manager il cui unico risultato è stato quello di riempire la pubblica amministrazione di 150 mila consulenti d’oro, mentre 350 mila lavoratori sono precari da anni e anni». Sulla proposta di mobilità territoriale, Palermi conclude: «Oltre alla marea di precari si vogliono creare altri immigrati?».
Due temi, quello del precariato e della «produttività» del pubblico impiego, che vengono tirati dalle due ali dell’Unione in modo opposto: da un lato i «riformisti» ritengono sbagliate politiche di stabilizzazione, e ritengono più urgente agire sui tagli (il «transfuga» dai Ds, Nicola Rossi, parlava fino a poco tempo fa di esuberare 100 mila dipendenti) oltre a istituire una Authority ad hoc, contro l’assenteismo e il lavoro improduttivo, proposta dal fustigatore dei «nullafacenti», il professor Pietro Ichino. Dall’altra parte, l’ala «radical», con il Pdci in testa, assume come prioritaria la stabilizzazione dei 350 mila precari, seppure i risultati siano ancora scarsini dato che il Fondo istituito dall’emendamento Palermi ha solo 5 milioni di euro di finanziamento, quando per avviare serie politiche di stabilizzazione bisognerebbe partire almeno da un miliardo di euro.