Squarci di verità storica e politica sulla Strage di Stato

La prima presentazione pubblica del quaderno “Piazza Fontana, una strage lunga quarant’anni” svoltasi a Roma giovedi sera, ha visto non solo una sala piena di gente e di aspettative, ma ha confermato la pregnanza del lavoro di ricostruzione storica e di attualizzazione politica che il contributo della redazione di Contropiano e della Libreria Quarto Stato ha voluto dare alla ricorrenza dei quaranta anni dalla Strage di Stato del 12 dicembre 1969.

Coordinata dal direttore di Radio Città Aperta, Marco Santopadre, la discussione – dopo l’esposizione fatta dai due autori: Ernesto Rascato e Sergio Cararo – ha visto l’inaspettata e straordinaria testimonianza di Pasquale Valitutti, il compagno anarchico che fu l’ultimo a vedere vivo Giuseppe Pinelli nei locali della Questura di Milano e che ha riaffermato le sue accuse verso il commissario Calabresi, gli agenti di polizia e i carabinieri presenti quando Pinelli “volò” dal quarto piano della questura milanese.

Sono seguiti gli interventi di altri protagonisti dell’inchiesta sulla strage del 12 dicembre come Roberto Mander (autore anche di un contributo sul quaderno) e Roberto Gargamelli. Entrambi ci hanno tenuto a respingere chiavi di lettura che stanno affiorando negli ultimi mesi e che tentano nuovamente di affidare agli anarchici parte della responsabilità sulla strage in piazza Fontana.

La parte delle testimonianze è stata interrotta dalla suggestiva lettura del testo di Pierpaolo Pasolini del novembre 1974 sulle stragi realizzata con grande efficacia dall’attore romano Marco Carlaccini.

Quel “Io so i nomi di chi ha compiuto le stragi” con cui Pasolini annunciava negli Scritti Corsari del ‘74 le possibilità e al tempo stesso la rinuncia degli intellettuali di portare a galla la verità, rimane uno dei documenti più belli e significativi di una intera e drammatica epoca storica, una voce potente che non a caso fu spenta attraverso una morte violenta.

Nel dibattito sono poi intervenuti a commento del quaderno Stefania Limiti (autrice del recente libro “L’Anello della Repubblica” sul servizio segreto più segreto messo in piedi nel dopoguerra per le operazioni “sporche”). Stefania Limiti ha apprezzato la tesi e lo spirito della pubblicazione ma ha dissentito dalla lettura critica della tesi del “Doppio Stato” avanzata dagli autori. Un dissenso che ha trovato a sua volta l’opinione dissenziente di Francesco Piccioni (giornalista del Manifesto ed ex militante delle BR) secondo il quale “lo stato” è sempre uno solo, sia quando pianifica le stragi sia quando vede alcuni suoi funzionari onesti indagare sulle stragi stesse. L’avvocato Peppe Mattina ha ricostruito i passaggi che portarono all’avvio della controinchiesta che produsse lo storico libro “La Strage di Stato” ed ha ricordato le mille incongruenze della pista anarchica su cui gli apparati dello stato cercarono di orientare da subito le indagini e la gestione politica della strage di piazza Fontana.

La continuità nella logica della guerra di bassa intensità

La chiave di lettura avanzata dagli autori rispetto ai fatti storici e alle loro conseguenze sulla lotta e la vita politica nel nostro paese della “Guerra di bassa intensità” scatenata alla fine degli anni Sessanta contro i movimenti e la sinistra con le strategia delle stragi, è partita da due tesi fondamentali: la verità giudiziaria sulla strage di Piazza Fontana è ormai depotenziata da ogni possibile conclusione coerente mentre è possibile, doveroso e necessario praticare il terreno della verità storica e politica che restituisca il senso della realtà a quanto accaduto. Non solo. C’è una estensione della tesi degli autori, i quali affermano perentoriamente la linea della continuità ideologica, politica, morale tra la rete degli “uomini neri” che concepì e realizzò la strategia delle stragi e della guerra di bassa intensità con il blocco reazionario che oggi gestisce il potere nel nostro paese. E’ altrimenti difficile spiegarsi la brutalità della repressione in piazza delle manifestazioni del luglio 2001 a Genova, l’odio di classe e l’anticomunismo viscerale che ispira le azioni del governo in carica, il clima di vendetta che permea quelle forze che da decenni impediscono con campagne di criminalizzazione politica, mediatica e giudiziaria ogni tentativo di spiegare storicamente il conflitto di classe degli anni ’70. La “beatificazione” e la cooptazione e dei neofascisti in tutti gli ambiti interni o collaterali alle forze di governo, vorrebbe sancire una vittoria della storia contro le forze della sinistra di classe che in Italia si opposero frontalmente alla strategia stragista e alla guerra di bassa intensità.

Quello tutti sapevano e che nessuno voleva dire

La presentazione del quaderno “sulla strage lunga quarant’anni” è stata poi arricchita da alcune rivelazioni inedite. Una volta chiusa la stampa del quaderno, gli autori hanno ricevuto da una fonte alcune informazioni “sensibili” delle audizioni del giudice Salvini davanti alla Commissione Parlamentari sulle Stragi nel 1997. Buona parte dei quei 21 minuti di sedute segrete della Commissione di cui il quaderno lamentava l’impossibilità di sapere, hanno avuto così la possibilità di essere riempiti.

Il quadro che ne emerge chiama direttamente in causa nella strategia delle stragi i servizi segreti militari USA, soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”. L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri ha il nome di Joseph Longo ed è l’agente che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Longo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Gli “uomini neri” cioè gli autori delle stragi non erano più di venticinque/trenta persone organizzati su cinque cellule collocate a Milano e quattro nel Nordest.

Insomma l’inchiesta del giudice Salvini ha portato alla luce tutto o gran parte di quello che c’era da sapere dietro e dopo la strage di Piazza Fontana sul piano giudiziario. Ma la sentenza del 2005 per un verso e la complice inerzia della politica (inclusi i partiti della sinistra eredi del PCI) dall’altro, hanno scientemente perseguito l’obiettivo di lasciare impunita la strage di Stato e di depistare l’attenzione su mille piste diverse che hanno confuso quella giusta. La verità sui mandanti era scomoda per il potere democristiano ma anche per l’opposizione che scelse il compromesso storico con la DC e la subalternità agli USA e alla NATO. Quando nel primo governo Prodi (1996-2001) ci fu la possibilità di fare chiarezza, prevalse la decisione di lasciare la verità seppellita negli archivi e in sentenze assolutorie. Di questo occorre essere consapevoli e da questo occorre partire per una battaglia di verità storica e politica sulla strage di Stato che non deve e non può fare sconti a nessuno.

Nelle prossime settimane il quaderno “Piazza Fontana. Una strage lunga quarant’anni” sarà presentato in diverse città italiane e crescono di giorno in giorno le richieste. C’è da augurarsi che prenda corpo un percorso attivo e collettivo che cominci a demolire la storia rovesciata in cui hanno cercato di manipolare la conoscenza storica e la verità politica nel nostro paese.

la redazione di Contropiano

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