Sporchi e cattivi. L’antioperaismo delle classi dirigenti

L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Così è scritto nella Costituzione. E a scanso d’equivoci l’articolo tre impone anche di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla vita del paese. Eppure la storia dimostra che gli operai hanno dovuto faticare per conquistarsi diritti e cittadinanza all’interno delle fabbriche. Né si può dire che le conquiste di lotte decennali siano al sicuro se, ancora oggi, un (ex) presidente del consiglio può paventare come uno scandalo l’uguaglianza tra i figli degli operai e i figli dei professionisti. E’ stata soltanto una frase buttata lì in una campagna elettorale scomposta oppure è il segno che riemerge un’Italia profonda, l’Italia dei ceti medi spaventati dal livellamento delle condizioni di vita? Non c’è piuttosto un antioperaismo che parte da lontano, una pregiudiziale rispetto ai lavoratori radicata nella cultura delle classi dirigenti di questo paese, come dimostra lo studio approfondito e a tutto campo dello storico Andrea Sangiovanni, Tute blu. La parabola operaia nell’Italia repubblicana (Donzelli Editore, pp. 300, euro 24,50)?
Tutt’altro che un excursus nello specialismo sindacale, il saggio attraversa in profondità non solo la storia materiale degli operai in Italia, ma anche le immagini collettive degli operai nella politica, nella società, nella cultura, nelle arti e nel cinema, lungo un percorso di faticosa affermazione prima, di protagonismo nel mezzo e di scomparsa infine. Il cammino inizia negli anni ’50, in un’Italia ancora rurale, dominata da una cultura prevalentemente contadina, chiusa nel suo provincialismo nonostante l’incipiente industrializzazione. Già qui si ravvisano i germi di antioperaismo di imprenditori e classi dirigenti. L’atteggiamento nei confronti degli operai non va al di là di un paternalismo stantìo, se non per approdare a metodi esplicitamente autoritari, ispirati al passato fascista. La fabbrica, ai loro occhi, è abitata da operai privi di identità, dalla personalità inconsistente.

Eccezioni ce ne sono, intellettuali come Ferrarotti e Volponi, passati attraverso l’esperienza di Olivetti, provano a coniugare l’industrialismo con un nuovo umanesimo. «Ma è un caso isolato – spiega lo storico contemporaneo Guido Crainz, autore dell’introduzione allo studio di Andrea Sangiovanni – manca la cultura industriale, si guarda in prevalenza alla campagna e ai ceti intermedi. Nelle fabbriche c’è, in questi anni, una discriminazione pesantissima antioperaia che abbiamo quasi del tutto dimenticato a favore di immagini letterarie edulcorate, bonarie, come Don Camillo e Peppone di Guareschi. Ma se andiamo – come fa Sangiovanni nel suo libro – a rivisitare le vignette sul Candido in cui Di Vittorio è dipinto come un etiope coi capelli crespi e l’orecchino al naso, attorniato da operai comunisti con tre narici ci rendiamo conto del clima culturale. Se poi pensiamo alle umiliazioni in fabbrica, ai licenziamenti, alle condizioni pessime di salute, all’autoritarismo abbiamo il quadro dell’isolamento e della ghettizzazione della classe operaia».

L’Italia – avrebbe scritto Scalfari più tardi, nel ’69 – «non ha mai saputo in che modo, per tutto l’arco degli anni cinquanta, la classe operaia sia stata sistematicamente disarmata, umiliata, quali drammi individuali e collettivi si siano verificati». Al di fuori della cultura di sinistra e del partito comunista le denunce di ciò che accade in fabbrica sono inesistenti. Qualcosa cambia alla fine degli anni ’50. L’Italia inizia ad aprirsi alla modernità, nascono le avanguardie, le culture europee entrano nel nostro orizzonte ancora provinciale. Ci si accorge anche degli operai, «nel mondo cattolico c’è un sussulto, entra in crisi la tradizionale visione interclassista, arrivano i libri bianchi delle Acli sulle condizioni in fabbrica. L’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII è un’apertura a tutti gli uomini di buona volontà, scopre la modernità come valore e non come pericolo, in netta antitesi al pontificato di Pio XII. Il che significa un rapporto nuovo con l’industrialismo e il movimento operaio».

Centinaia di migliaia di giovani a cavallo del boom economico lasciano le campagne povere – «del Nord prima che del Sud» – e scoprono la realtà della fabbrica. Il miracolo è una contraddizione, si estendono i consumi, cresce la produttività ma i salari restano bassi e agli occhi delle giovani generazioni l’esistenza di un’ingiustizia sociale si fa palese, come evidente è che «il cuore di questa ingiustizia è la fabbrica». I profitti crescono, la salute dei lavoratori peggiora, «questo è il brodo di coltura dell’attenzione alla fabbrica che segnerà il ’68». Con il miracolo economico viene allo scoperto un modello di modernizzazione all’“italiana” che riemergerà come un fiume carsico negli anni ’80: una modernità senza uguaglianza, basata su una classe imprenditoriale spregiudicata, individualista, insofferente dei vincoli sociali e ambientali, schierata per uno sviluppo senza regole.

«Forse nella campagna per la difesa dell’articolo 18 abbiamo raccontato troppo poco cos’era l’Italia prima dello Statuto dei lavoratori, cos’era la Fiat degli anni ’50 che ricorreva ai licenziamenti come arma di ricatto, cos’erano le umiliazioni e le perquisizioni in fabbrica per vedere se in tasca avevi la stampa comunista. La necessità di un diritto più ampio muove dalla fabbrica e da qui si estende ai manicomi, alla scuola, al carcere». Lo Statuto dei diritti dei lavoratori è il «vero spartiacque», l’operaio diventa cittadino anche all’interno della fabbrica.

Ma quand’è che questa conquista, che regge ancora per tutti gli anni ’70, comincia a incrinarsi? Quando il protagonismo sociale, l’emancipazione, il livellamento delle condizioni di vita della classe operaia cominciano a suscitare reazioni negative in alcuni strati profondi della società italiana, nel “rivoltismo” del Sud contro il Nord o nelle agitazioni corporative degli impiegati e dei ceti medi? Quando le lotte operaie, da volano del progresso sociale, vengono avvertite come la difesa dei privilegi di un ceto garantito? Come si è potuto arrivare alla condizione attuale di invisibilità degli operai, di smemoratezza storica, di disinteresse per uno scenario di precarietà che è tutt’altro che confinato alle giovani generazioni?

La storia operaia è stata dimenticata, «ci sarà stata pure un po’ d’acqua sporca, ma ad un certo punto è stato buttato anche il bambino. Da qui proviene l’insensibilità diffusa di oggi sia rispetto agli operai di fabbrica – che non sono scomparsi – sia rispetto agli altri lavori». Dov’è la faglia, la cesura, la frattura che ha di nuovo isolato gli operai dal resto della società? Il 1980 è stato l’anno della “marcia dei quarantamila” colletti bianchi e impiegati della Fiat contrari all’occupazione della fabbrica da parte degli operai e scesi in strada per riprendere il lavoro. E’ un passaggio decisivo, «la classica inversione di tendenza». «Gli anni Sessanta iniziano quando gruppi non operai, impiegati e studenti, oltre che cattolici, cominciano a solidarizzare con i lavoratori di fabbrica. E scoprono che l’ingiustizia dentro le fabbriche è qualcosa che riguarda anche loro, anche chi operaio non è. Gli anni Ottanta, invece, iniziano con una città che, simbolicamente, scende in piazza contro gli operai, quando gruppi non operai sfilano in corteo contro i sindacati». Perché questa sconfitta? Ci sono stati anche errori da parte del movimento sindacale, «anche se non sono la causa principale di questa perdita di centralità degli operai». Fatto sta che il paese ne approfitta dagli anni ’80 in poi per chiudere gli occhi su un problema che non è affatto scomparso. «Intanto il clima di radicalizzazione dello scontro che inizia con la strategia della tensione e la strage di piazza Fontana. Poi la crisi mondiale petrolifera che mette in discussione l’orizzonte culturale della sinistra, cioè l’idea di uno sviluppo senza limiti, dell’industrialismo come un bene in sé. Qui iniziano le difficoltà della sinistra, anche gli errori, come la difesa a oltranza dei rami secchi, dell’acciaio, del posto di lavoro quale che sia, dell’azienda pubblica con decine di migliaia di operai in soprannumero in assenza di ipotesi alternative di sviluppo da parte del sindacato. C’è un cambiamento di clima attorno alla classe operaia di cui è esemplificativo l’antioperaismo di Alberto Arbasino, autore di Un paese senza. Gli operai diventano classe di assistiti, i metalmeccanici fanno sperperare milioni di denaro allo Stato. Ma se andiamo a vedere Bagnoli, l’acciaio, la chimica, questo in parte era vero. Negli anni ’70 esplode anche il problema dell’assenteismo, di comportamenti che mettono in cattiva luce i lavoratori, sporcano un’immagine fino ad allora limpida. A incrinare l’immagine interviene anche l’infiltrazione – marginale, certo – del terrorismo tra le file operaie, mentre pochi anni prima, a piazza Fontana, la classe operaia è percepita come diga contro il fascismo e sentinella della democrazia, pensiamo ai consigli di fabbrica a Brescia che fanno da servizio d’ordine».