Spie, proteste e incidenti. La base della guerra fredda

Le sagome grigie della Fulton, poi dell’Orion e infine dell’Emory Land, «navi officine» della marina americana, con accanto i «cuccioli», i micidiali hunter killer (sommergibili d’attacco a propulsione e armamento nucleare), erano diventate parte del paesaggio dell’arcipelago della Maddalena: barche da pesca e grandi yatchs ci sono passati vicini per più di 33 anni. E per tutto questo tempo è andato avanti il paradosso di una delle basi militari più segrete (e, dicono, pericolose) al mondo, incredibilmente situata fra sette isole, coste, baie e scogliere fra le più suggestive del Mediterraneo, in un’area di alto pregio ambientale protetta dall’Ue e vincolata a parco nazionale.

Gli americani sono alla Maddalena dal ’72. Avevano ottenuto un «punto d’attracco» sull’isola di Santo Stefano, con accordi che nessuno — neanche il Parlamento — ha potuto mai conoscere. Il «punto d’attracco» è poi diventato una base, al di fuori dell’apparato difensivo delle Nato, fra molti misteri e poche domande. C’era la «guerra fredda» e le esigenze di difesa dell’Occidente venivano prima di tutto. Parola d’ordine dei comandi militari: contrastare i missili balistici intercontinentali puntati anche sull’Italia.

La base è visibile dalla bianca fattoria di Caprera dove Giuseppe Garibaldi ha trascorso gli anni dell’esilio in patria e della vecchiaia; e forse perciò i primi americani arrivati qui li hanno chiamati i «Mille»; poi sono diventati 2 mila e durante la guerra del Golfo più di 2.500, quasi 5 mila con i familiari. Tecnici, esperti di armamenti nucleari, equipaggi, addetti alle comunicazioni e alla logistica. Una task force autonoma dai comandi della marina italiana, che pure alla Maddalena — sede fino a qualche anno fa dell’Ammiragliato — ha sempre avuto insediamenti importanti.

Altro paradosso: dirimpetto c’è la Costa Smeralda. Pochi anni prima che gli Usa ottenessero il via libera alla base, l’Aga Khan aveva inventato fra rocce e anfratti Porto Cervo e Cala di Volpe. E sulle acque turchesi dell’arcipelago hanno incrociato i panfili più famosi, i nomi più illustri dell’industria e della finanza. E anche strani pescherecci con la plancia carica di antenne. L’arcipelago della Maddalena è stato uno dei punti più caldi di una guerra silente, combattuta fra i servizi segreti occidentali e quelli del Patto di Varsavia. I pescatori raccontano di sub «curiosi» sorpresi alle protezioni galleggianti a difesa della «nave officina», di centrali di ascolto nascoste nei chilometri di grotte scavate vicino alla base.

Finita la «guerra fredda», la base è rimasta un punto fermo nel sistema di difesa Usa. Poi Renato Soru, presidente della Sardegna, ha dato l’alt («Gli americani sono graditi, ma come turisti») insistendo per la chiusura. E, soprattutto, quando si è saputo dei pericoli di inquinamento: a ottobre 2003 il sommergibile Hartford ha urtato gli scogli. In quelle ore si è sentita un’esplosione. Sull’incidente, sempre minimizzato, è trapelato che l’urto è avvenuto a poche centinaia di metri dalla Maddalena, con danni al sommergibile per 10 milioni di euro. Non c’era un piano per sgomberare la popolazione.