Spie alla Ue, è il Mossad

I servizi di Tel Aviv dietro i microfoni scoperti al Consiglio europeo

BRUXELLES
«Buon giorno, Ibrahim», con questo ironico saluto alcuni funzionari delle delegazioni europee erano soliti entrare nei loro uffici del Consiglio europeo. Ibrahim è il nome di un alto funzionario israeliano destinato per anni alla capitale belga e divenuto poi uno dei massimi responsabili del Mossad, il servizio segreto di Tel Aviv. I diplomatici europei hanno avuto da sempre qualcosa più di un sospetto di essere spiati, e da Israele, adesso ne hanno anche le prove: i microfoni e le intercettazioni telefoniche rilevate giusto un mese nelle delegazioni di Francia, Germania, Regno unito, Italia, Spagna ed Austria portano dritto a Tel Aviv. «Tutti sapevamo che questo edificio è di cristallo e che i telefoni non erano affidabili», commentava l’ambasciatore di uno dei paesi spiati. Le intercettazioni andavano avanti dal 1995, assicurava ieri il diario spagnolo El Pais, cioè dall’anno in cui fu inaugurato l’edificio Justus Lipsius, uno scatolone di marmo e cristallo piantato nel centro della Bruxelles europea ed in cui si celebrano la maggioranza delle riunioni dei ministri dei 15 ed alcuni summit europei. Fonti ufficiali assicurano che le spie utilizzavano due sistemi di ascolto: dei microfoni «incrostati nel cablaggio delle linee di comunicazione» dei telefoni ed altri microfoni che si attivavano quando negli uffici si produceva qualsiasi tipo di rumore o suono. Con quest’ultimo sistema venivano registrate anche le riunioni a porte chiuse negli uffici delle varie delegazioni, al settimo piano dell’edificio. La maggior parte dei microfoni è stata trovata nel falso pavimento dei locali, esattamente dove si stende il cablaggio, particolare che fa appunto risalire l’inizio dello spionaggio all’inaugurazione dell’edificio.

I microfoni furono scoperti lo scorso 28 febbraio, ma non in un «controllo abituale», come inizialmente affermato dal Consiglio, bensì per le investigazioni del servizio tecnico che aveva rilevato «anomalie» su alcune linee telefoniche. Dalle anomalie si passa ai microfoni «incrostati al cablaggio» che, lasciati al loro posto, hanno portato al luogo delle registrazioni: «un locale situato a meno di un chilometro», secondo il responsabile alla sicurezza del Consiglio. Scoperto il trucco, i servizi di sicurezza hanno iniziato a controllare tutte le imprese che parteciparono alla costruzione del Justus Lipsius ed in particolar modo quelle di telecomunicazione. Fonti della Commissione assicurano che una di queste imprese aveva relazioni dirette con Tel Aviv, «era una società belga, ma penetrata dai servizi segreti». Diplomatici israeliani a Bruxelles hanno immancabilmente negato qualsiasi vincolo ed affermato che nessuna impresa del loro paese ha partecipato alla costruzione del Consiglio. Al momento il Consiglio è stato disinfestato, per le altre istituzioni comunitarie, e soprattutto per la Commissione, non se ne parla: «Non abbiamo i mezzi per farlo», ammetteva sconsolata una fonte. Eppure nella Commissione si trattano questioni importantissime, dal commercio alla concorrenza, alle fusioni.

Ad oggi è passato un mese dalla scoperta dei microfoni, una settimana da che tutte le piste portano a Israele ed ancora non è stata presentata alcuna denuncia alla giustizia belga, competente per territorio. Cosa ancor peggiore pare che nessuno dei 6 paesi spiati e nemmeno il Consiglio abbiano l’intenzione di chiedere conto a Tel Aviv. Da parte sua il Belgio non dimostra alcun entusiasmo per qualsiasi nuova causa aperta contro il governo israeliano, dopo che già l’affaire Sharon ha ridotto al minimo, più precisamente alle minacce, le relazioni diplomatiche tra Bruxelles e Tel Aviv.

L’Europa non sembra muoversi contro Israele ma almeno adesso capisce parecchie cose.