Spese militari : al primo posto Usa e Nato. Ma anche l’Italia non scherza

L’annuncio, fatto ieri dal presidente Medvedev, che la Russia intraprenderà un «massiccio riarmo» a partire dal 2011, in risposta soprattutto agli «incessanti tentativi della Nato di allargarsi fino ai confini della Federazione russa», conferma che la corsa agli armamenti sta ritornando ai livelli della guerra fredda. Oltre ad avere gravi conseguenze strategiche e politiche, ciò implica un ulteriore aumento della spesa militare mondiale: dopo essere calata con la fine della guerra fredda, essa è salita nel 2007 (secondo le stime del Sipri) a 1.340 miliardi di dollari, il 45% in più rispetto al 1998. Ciò significa che quest’anno la spesa militare mondiale sta raggiungendo i 1.500 miliardi di dollari.
A tirare la volata è la Nato, la cui spesa è in continuo aumento in seguito al potenziamento della macchina bellica e all’invio di forze in distanti teatri, come quello afghano. Secondo gli ultimi dati ufficiali (19 febbraio 2009), essa ha superato nel 2008 gli 895 miliardi di dollari, equivalenti ai due terzi della spesa militare mondiale. In realtà, è ancora più alta.

La spesa militare statunitense, che la Nato quantifica in circa 575 miliardi di dollari nel 2008, non comprende il costo delle guerre in Iraq e Afghanistan. Incluso questo (come si fa nel budget ufficiale Usa pubblicato nel febbraio 2009), la spesa militare degli Stati uniti sale nel 2008 a 666 miliardi di dollari. Ciò significa che quella Nato supera i 985 miliardi di dollari, equivalenti a quasi i tre quarti della spesa militare mondiale. In base agli stessi dati ufficiali, la spesa militare Nato è cresciuta anche se calcolata al netto dell’inflazione, al valore costante del dollaro 2000: da 474 miliardi di dollari nel 2000 a 623 nel 2008.
Secondo la Nato, la spesa militare italiana ha superato nel 2008 i 30 miliardi di dollari, collocandosi al quinto posto dopo quelle di Stati uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania. Su scala mondiale (secondo il Sipri), è al nono posto, superata anche da Cina, Giappone, Russia (al settimo) e Arabia saudita. Come spesa militare procapite si colloca, invece, al quinto posto mondiale. Nonostante l’art. 11 della Costituzione, il nostro paese è quindi tra i maggiori responsabili dell’aumento della spesa militare mondiale, che ormai ha superato i 2.5 milioni di dollari al minuto..
E’ un’immensa quantità di denaro pubblico (proveniente dalle tasse pagate dai cittadini), che viene spesa in eserciti, armi e guerre. Basterebbe ridurla di poco e destinare il denaro risparmiato al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni, soprattutto di quelle più povere, per avviare a soluzione i più gravi problemi mondiali. Un esempio: per affrontare la crisi alimentare mondiale, che ha portato a circa un miliardo le persone affamate, occorrono 30 miliardi di dollari l’anno, che però non si trovano, ha denunciato il direttore generale della Fao. Ma, per ricavare tale somma, basterebbe risparmiare quanto si spende in armi ed eserciti nel mondo in poco più di una settimana.

Utopia? Sicuramente molti la considerano tale. Lo conferma il fatto che in Italia, sia nella sinistra (comunisti compresi) sia nei sindacati, praticamente nessuno conduce una campagna coerente per la riduzione della spesa militare. Eppure oggi, nel pieno della crisi, tale battaglia è ancora più valida e necessaria: quando ci dicono che bisogna ridurre i fondi per la sanità e la scuola «perché mancano i soldi», dobbiamo rispondere che i soldi ci sono.
Sono quelli pubblici, spesi nel settore militare in misura di una grossa finanziaria all’anno, che potrebbero e dovrebbero invece essere usati per migliorare le condizioni di vita nel nostro paese.