Sparare sugli iraniani in Iraq: ordine di Bush

L’ ultimo particolare della «nuova strategia» di George Bush in Iraq di cui si è venuti a conoscenza (grazie al Washington Post) è la seguente: basta con il «catch and release», d’ora in poi appena vedete un iraniano in Iraq, sparate. Il «catch and release», la linea seguita finora, consisteva nel catturare gli iraniani in cui ci si imbatteva e rilasciarli alcuni giorni più tardi, dopo aver provveduto a registrare di nascosto il loro Dna, lo scan della loro retina e le impronte digitali. Ora non più. Dietro espressa autorizzazione del presidente, gli iraniani si possono ammazzare o in subordine catturare e non rilasciare più. Lo scopo di tutto ciò – così come l’hanno spiegato le fonti del Washington Post – non è solo iracheno, cioè legato all’andamento della guerra, ma molto più ambizioso, addirittura quello di «indebolire l’influenza di Tehran nell’intero Medio Oriente e di costringerla a rinunciare al suo programma nucleare».
Secondo i servizi segreti americani in Iraq ci sono circa 150 agenti iraniani e non ci sono prove che qualcuno di loro abbia mai compiuto «azioni ostili» nei confronti delle truppe americane. Ma quello che fanno è molto peggio, ha spiegato Michael Hayden, il capo della Cia: forniscono addestramento, informazioni e armi, apparentemente senza fare troppo distinzioni fra buoni e cattivi, visto che fra i loro clienti ci sono, sempre secondo la Cia, gli «insurgents» ma anche le milizie sciite «connesse con il governo iracheno» e quelle dedicate «alla violenza contro i sunniti».
Tecnicamente, la decisione di inserire qualche iraniano nel numero dei morti ammazzati in Iraq costituisce – spiega il Washington Post – un allargamento dell’operazione «Blue Game Matrix»-, quella condotta contro gli Hezbollah del Libano, e il «via» di Bush è arrivato all’inizio di ottobre, cioè un paio di settimane dopo che aveva affermato solennemente, davanti all’Assemblea generale dell’Onu, che le sue «differenze» con l’Iran, Washington le avrebbe trattate in termini diplomatici.
Rivolgendosi idealmente al popolo iraniano il 19 settembre, Bush disse di sognare «il giorno in cui voi vivrete in libertà e l’America e l’Iran potranno essere buoni amici e partner nella causa della pace». Pochi giorni dopo un signore di nome Henry Crumpton, già responsabile della sezione antiterrorismo del dipartimento di Stato, volava a Tampa, allo U.S. Central Command, per parlare direttamente con il generale John Abizaid e spronarlo ad intraprendere una «campagna aggressiva» contro gli iraniani presenti in Iraq perché a Washington avevano concluso che la linea del «catch and release» era troppo timida. E uno di coloro che erano giunti a quella conclusione ha anonimamente spiegato il ragionamento al Washington Post. «Con il catch and release non segnavamo punti. Non riuscivamo a bloccare le attività iraniane in Iraq, né a preoccupare la leadership di Tehran». Ora invece, con l’ordine di sparare, si potrà «cambiare la dinamica degli iraniani, cambiare il modo in cui ci percepiscono e in cui percepiscono se stessi. Devono capire che non possono permettersi di mettere in pericolo la vita dei nostri soldati. Questa storia deve finire».
Fra gli stessi membri dell’amministrazione non sono mancate le «preoccupazioni» per questa decisione. Uno di quelli che si sono opposti, per esempio, ha detto sempre al Washington Post che «tutto ciò ha poco a che fare con la guerra in Iraq. In realtà si sta spingendo il tasto iraniano. Si sta mettendo in piedi una escalation verso un nuovo, inutile conflitto per spostare l’attenzione dall’Iraq e per incolpare l’Iran della nostra incapacità di porre fine alla violenza a Baghdad». Ma i suoi colleghi sono talmente convinti della necessità di questo passo che parlando con Dafna Linzer, l’autrice dell’articolo, paragonavano normalmente il governo di Tehran al nazismo e la Guardia rivoluzionaria iraniana alle SS. Non contraria ma «dubbiosa», a quanto pare, era la Condoleezza Rice. Non perché non le piacesse l’idea di ammazzare gli iraniani ma perché aveva paura di qualche «errore» che avrebbe potuto provocare incidenti diplomatici.