Spagna, franchismo amnesia fatale

Se si dovessero individuare le due parole ricorrenti nella vita culturale spagnola di questi ultimi mesi, sicuramente memoria e oblio non avrebbero rivali. Il settantesimo anniversario del golpe militare delle truppe di Franco che, nel 1936, portò la Repubblica spagnola ad una sanguinosa guerra civile, è l’occasione generatrice di tanti appuntamenti. Ma la sola ricorrenza di questo anniversario non è sufficiente a spiegare quel che avviene quotidianamente nei teatri, nei cinema, nelle sale conferenze, sui media o nella università. Il racconto di quegli anni non aveva infatti ancora trovato modo di articolarsi secondo le sue sfaccettature, a causa di quel tacito patto del “dimenticare per andare avanti” che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni della democrazia spagnola.
Alla coscienza collettiva sono sfuggite alcune storie che secondo le grandi narrazioni della storia ufficiale apparivano di secondo piano, marginali, inferiori. «L’amnesia, la cattiva memoria, l’oblio, il silenzio – ha scritto lo storico Santos Julià – impregnavano tutto, infettando così alla radice il nuovo sistema politico in costruzione. Di fronte a questa abdicazione l’esercizio della memoria si propone come una seduta di psicoanalisi collettiva».

Una di queste storie dimenticate è certamente quella delle donne colpite dalla repressione franchista e incarcerate, spesso insieme a figli molto piccoli, o persino incinte, per essere magari fucilate poche ore dopo aver partorito. Quella della repressione femminile non fu semplicemente un lato della campagna franchista, ma rispondeva ad un piano preciso quanto sconcertante: eliminare fin nella sua presunta radice biologica il male del marxismo. Una vicenda raccontata con angosciante precisione da Montse Armengou y Ricard Belis nel loro documentario Los niños perdidos del franquismo. A mano a mano che le truppe sollevate da Franco guadagnavano terreno le prigioni si riempivano di persone che avevano commesso il delitto di fedeltà alla Repubblica. Per il gran numero di prigionieri si improvvisavano campi di concentramento nei conventi, nelle fabbriche, nelle scuole; molti dei prigionieri erano donne compromesse, militanti dei partiti di sinistra o semplicemente mogli, madri o sorelle di un repubblicano. I figli di queste donne conobbero anch’essi la prigione, per il semplice fatto di essere figli di rossi. Molti morirono di stenti o di banali malattie a causa delle condizioni delle prigioni o durante gli estenuanti viaggi nei treni merci che portavano le prigioniere dai campi di concentramento verso le carceri. Dichiarato nel 1938 il marxismo come infermità biologica, questi bambini vennero dapprima incarcerati e successivamente trasferiti nei collegi di rieducazione istituiti nel 1941 e spesso gestiti da religiosi. La santa alleanza tra fascismo e Chiesa cattolica contro il comunismo ancora brucia nelle parole di alcune sopravvissute intervistate; una di esse, che perse la sua bambina di otto mesi in un centro di rieducazione gestito da suore, ricorda il disprezzo di cui era circondata per il suo impegno politico: la donna libera, repubblicana, socialista, anarchica, doveva scomparire, per fare posto alla donna tradizionale, cattolica e fascista. Negli anni gli storici hanno rinvenuto documenti che rivelano lo sconcerto di molti religiosi di fronte alla barbarie della repressione franchista, benedetta dal Vaticano. Un’abitudine ripresa dal fervore anticomunista di Giovanni Paolo II, che, dopo la prudenza del pontificato di Paolo VI, “ha beatificato mezza Toledo”, come notano con sarcasmo i sopravvissuti di quel periodo, facendo allusione alla città della Castiglia, da sempre feudo fedele della Chiesa cattolica.

Secondo Mary Nash, docente di storia contemporanea all’Università di Barcellona, «le donne, come i vinti, le classi popolari, sono state ai margini della ricerca storica sulla Guerra Civile». Soltanto a partire dagli anni settanta i nuovi movimenti femministi, soffocanti per quarant’anni dal franchismo, fanno riemergere la storia delle donne antifasciste. Oggi questo documentario racconta non soltanto la terribile vicenda di migliaia di donne e bambini, ma anche dell’esilio interiore dentro cui sono stati confinati negli anni successivi. Los niños perdidos del franquismo fa parte del ciclo “Immagini contro l’oblio”, una rassegna di documentari la cui visione si è appena conclusa alla Filmoteca di Madrid. Coordinato dal regista austriaco Günter Schwaiger, il ciclo si compone di tredici episodi di storie che illuminano, coi volti e le testimonianze dei sopravvissuti, le vite di donne e uomini repubblicani, comunisti, socialisti o anarchici, che ebbero in comune la scelta di una lotta contro l’avanzata franchista, patendo non soltanto la sconfitta, la morte o l’esilio, ma spesso anche la mancanza di un riconoscimento delle loro vite e del loro impegno. E’ possibile richiederne la distribuzione all’indirizzo internet www. imagenescontraelolvido. com/.