Sotto tiro, Olmert alza la posta

L’ora del ricatto. Di fronte ad una risoluzione dell’Onu – che ieri sera non era stata ancora approvata dal Consiglio di Sicurezza – che non accoglie tutte le condizioni poste da Israele, Ehud Olmert ha subito dato il via alla «grande offensiva» di terra in sud Libano approvata dal gabinetto di sicurezza a metà settimana. Tel Aviv ha bocciato la nuova bozza di risoluzione su cui hanno trovato l’accordo Francia e Stati Uniti. «Non cadremo in questa trappola» ha detto Avi Pazner, portavoce del governo israeliano, «la bozza è stata modificata su richiesta del Libano, sotto pressione da parte di Hezbollah». Pazner ha sottolineato che «il fallimento della soluzione diplomatica non lascia altra scelta che l’opzione militare». Subito dopo la decisione del governo israeliano, il Segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha chiamato Olmert. Quest’ultimo ha risposto di essere disposto a fermare le operazioni solo le richieste israeliane verranno accettate. Ma la «grande offensiva», volta a portare le truppe israeliane fino al fiume Litani, è stata solo l’ultima terribile notizia in una altra giornata catastrofica, ad un mese esatto dalla cattura dei due soldati da parte di Hezbollah e dall’inizio dell’attacco dello Stato ebraico al Libano. Sono almeno 14 infatti le vittime degli ultimi bombardamenti israeliani a sud di Beirut e lungo la frontiera con la Siria. I caccia dello stato ebraico hanno colpito due volte un ponte ad Abboudiyeh: dodici persone sono morte e diciotto sono rimaste ferite. L’aviazione ha inoltre colpito vicino al valico di confine di Masnaa, nella valle di Bekaa, tra cui tre autoveicoli a Baalbek: almeno una persona è morta. Una ventina di esplosioni sono state avvertite nella capitale Beirut. Hezbollah da parte sua ha sparato come rappresaglia decine di razzi contro Haifa e numerose località nel nord di Israele. Almeno sei civili sono rimasti feriti. Centrata anche l’autostrada Tel Aviv-Haifa, che è rimasta chiusa per alcune ore. Hezbollah ha riferito inoltre di aver colpito e affondato a largo di Tiro una motovedetta israeliana con dodici uomini di equipaggio ma la notizia non è stata confermata dallo Stato ebraico.
Il via libera alla «grande offensiva» di terra appare una reazione del premier israeliano alle critiche interne che lo stanno travolgendo. Il punto è che Israele non sta vincendo la guerra e i katiusha continuano a colpire il nord del paese. Per giorni nei loro discorsi, nei loro annunci di nuove operazioni militari, Olmert e il ministro della difesa Peretz hanno riferito di vittorie, di centinaia di combattenti di Hezbollah uccisi e hanno promesso la fine del leader sciita Hassan Nasrallah. Oggi al contrario Nasrallah è un eroe non solo per buona parte dei libanesi ma anche del mondo arabo. «Se accetterà il cessate il fuoco il governo dovrà rassegnare le dimissioni poiché avrà consegnato a Hezbollah, e a tutti coloro che vogliono la distruzione di Israele la vittoria», ha detto Yuval Steinitz (Likud). Le critiche più severe all’operato del governo sono giunte dalla stampa. «L’Israele del dopo guerra, colpito e sanguinante, ha bisogno di un nuovo inizio e di un nuovo leader. Ha bisogno di un premier vero», ha scritto ieri Avi Shavit, editorialista di Ha’aretz, accusando Olmert di essersi precipitato in un conflitto difficile senza averne calcolato le conseguenze. «Non si può condurre una intera nazione alla guerra promettendole la vittoria, produrre una sconfitta umiliante e restare al potere – ha spiegato Shavit – non si può seppellire 120 israeliani nei cimiteri, mantenerne un milione nei rifugi per un mese, spogliarsi del potere di deterrenza e dire ‘oops, mi sono sbagliato, non era ciò che volevo, un altro sigaro per favore». Ma a colpire a fondo è stato anche un altro calibro grosso della stampa israeliana, Ben Kaspit, su Maariv. «La gente – ha scritto – non passerà sotto silenzio questo mese in cui su Israele sono stati sparati migliaia di razzi, 123 soldati e civili sono rimasti uccisi senza che si sia arrivati a una conclusione definitiva del conflitto». I giorni di Olmert, sostengono in molti, sono contati, quelli di Peretz sono già terminati. Ma non si può fare a meno di notare che la stampa israeliana chiede la testa del premier e del ministro della difesa per la mancata sconfitta di Hezbollah e non per aver cercato a tutti i costi una guerra che è costata la vita a oltre mille libanesi e il ferimento di altre migliaia, la distruzione di ponti e strade, di migliaia di edifici civili, di villaggi (quasi rasi al suolo) e un milione di sfollati. In fondo i giornalisti israeliani fanno male ad attaccare Olmert che ha mantenuto la promessa fatta un mese fa: riportare con i bombardamenti il Libano indietro di 20 anni.