«Sotto tiro c’è la figura dell’operaio»

«Se viene sminuita e messa a margine la figura del lavoratore del settore più importante dell’economia italiana, è più facile marginalizzare tutti gli altri». Per Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia all’Università di Torino, «c’è molto di intenzionale, di voluto» nell’assenza di attenzione e di visibilità che sta accompagnando le lotte dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto. Ovviamente non c’è solo questo.
Perché le altre categorie, anche dell’industria, i rinnovi riescono a farli mentre per i metalmeccanici le difficoltà di moltiplicano?
«Un fattore di resistenza da parte degli imprenditori e di Confindustria credo sia dovuto al fatto che il settore forse più importante per il Paese non va complessivamente troppo bene. L’indice della produzione è inferiore a quattro o cinque anni fa. C’è quindi una difficoltà obiettiva. Anche gli indici di produttività non sono particolarmente buoni, mi riferisco soprattutto al costo del lavoro per unità di prodotto che non è certo migliore di quello di altri paesi. E questo non già, ahimé, perché il costo del lavoro, i mensili delle retribuzioni siano più alti, casomai sono più bassi. Parlo degli investimenti, dell’organizzazione dell’impresa che ha segnato il passo».
Però altri settori ugualmente in difficoltà i contratti li rinnovano. C’è altro che spieghi l’anomalia metalmeccanica?
«Si, ad esempio la frammentazione delle aziende, sempre meno medie e sempre più piccole, e con la frammentazione è più difficile gestire la rappresentanza sindacale e opporsi con efficacia al potere della controparte. E poi c’è la rappresentazione pubblica dell’intero settore diffusa non soltanto tra i media ma anche tra gli analisti, per non parlare dei politici».
È una rappresentazione sbagliata?
«Non so quanti si rendono conto che il settore metalmeccanico rimane il più importante del paese e comprende alcuni comparti che sorreggono ancora l’industria italiana. Non c’è solo l’auto, ci sono le macchine utensili, la siderurgia, gli elettrodomestici, la microelettronica. Insomma l’Italia industriale sta in questo settore e certo meriterebbe più attenzione anche in sede politica».
Ed è quello che denunciano i sindacati, scarsa attenzione dalla politica, assenza di visibilità sui media. Ci sono scioperi a ripetizione di cui non si parla. C’è una rimozione dei problemi dei lavoratori, una cultura dominante che considera marginali le loro condizioni?
«Direi di sì, un fattore non da poco sta nell’aspetto – per me è una illusione ottica – della deindustrializzazione, il paese va verso la “smaterializzazione” e la produzione di materiale, di manufatti, di macchine è sempre meno importante. Mentre dati alla mano il settore rimane centrale. Credo che questo in parte sia voluto».
Da chi?
«Da una parte consistente dalla cultura, dei media, dei politici. Un po’ perché non sono informati, un po’ perché ritengono che l’operaio soprattutto metalmeccanico rappresenti una figura superata, impropriamente collegata a una tendenza al declino, al passato mentre l’unica ragione per cui l’Italia può ancora definirsi un paese industriale avanzato sta nella forza del settore metalmeccanico. C’è molto riduzionismo. Inoltre la frammentazione nuoce alla visibilità perché tranne rari casi ormai è difficile vedere 5-10mila lavoratori in uno stesso stabilimento. Si vedono di meno e se ne parla di meno».
Alla fine questo riduzionismo a chi giova?
«Se viene sminuita, messa in margine la figura del lavoratore del settore più importante dell’economia italiana è più facile marginalizzare tutti gli altri».
Quanto incide sul rigore di Federmeccanica il dibattito sulla revisione del modello contrattuale? Non è che si punta prima a cambiare le regole?
«Credo che questo sia un aspetto molto importante perché da molti anni la spinta è verso il contratto aziendale, contratti sempre più frazionati. Spingono in questa direzione gli industriali ma anche la stessa legge 30 che prevede molteplici tipologie di contratti che finiscono oggettivamente col mettere al lato i sindacati. Credo che l’idea di aspettare nuove regole per poi cercare di stabilire gruppi di aziende o azienda per azienda contratti più favorevoli abbia effettivamente un certo peso. È però interessante che i sindacati si siano abbastanza ricompattati e almeno per ora tengono un fronte unitario. La spinta all’aziendalizzazione ha prodotto finora l’effetto contrario».