Sotto il corridoio afghano

Il progetto del “corridoio” energetico afghano, su cui ieri il manifesto ha pubblicato un importante documento, è uno dei principali motivi della guerra in Afghanistan. Eccome una ricostruzione cronologica.
Nel luglio 1997, subito dopo la conquista di Kabul (25 settembre 1996), i talebani firmano un memorandum d’intesa con Pakistan, Turkmenistan e Uzbekistan per la costruzione di un gasdotto che, attraversando l’Afghanistan, dovrebbe portare fino in Pakistan il gas naturale del Caspio. Si incomincia anche a progettare un oleodotto Caspio-Pakistan che, per un ampio tratto, dovrebbe seguire lo stesso “corridoio” del gasdotto.
Il 27 ottobre 1997: sette compagnie petrolifere e il governo del Turkmenistan costituiscono il consorzio Central Asia Gas Pipeline Ltd. (Centgas), che presenta il progetto di un gasdotto di 1.464 km Turkmenistan-Pakistan via Afghanistan, estendibile per altri 750 km fino in India. A capo del consorzio è la compagnia statunitense Unocal. Le altre sono la saudita Delta Oil, la pakistana Crescent Group, la russa Gazprom, la sudcoreana Hyundai Engineering Construction Company, le giapponesi Inpex e Itochu. Ecco che il gasdotto, con una capacità annua di 20 miliardi di metri cubi, potrebbe essere costruito in 2-3 anni. Vi è però un problema: una compagnia concorrente, l’argentina Bridas, dichiara il 4 novembre di essere vicina a un accordo con i talebani afghani per la costruzione del gasdotto.
E il 25 novembre 1997: il vicepresidente esecutivo della Unocal, Bob Todor, sottolinea l’importanza strategica del “corridoio” afghano per raggiungere l’Asia, “il mercato in più rapida crescita per il gas e petrolio del Caspio”. Il “corridoio” cinese è troppo lungo è costoso (e non gradito a Washington), quello iraniano è impraticabile per il divieto Usa.
Siamo al 5 dicembre 1997 quando una delegazione ad alto livello del regime talebano viene invitata negli Stati uniti per colloqui con la Unocal, che la ospita per diversi giorni nel suo quartier generale di Sugarland in Texas. Nello stesso periodo la Unocal apre un suo ufficio di rappresentanza a Kandahar, già base meridionale dei talebani prima della conquista di Kabul.
E’ il gennaio 1998, e i talebani annunciano di aver scelto, per la realizzazione del gasdotto attraverso l’Afghanistan, il consorzio con a capo la Unocal, e firmano l’accordo.
Tutto si tiene ancora nel giugno 1998: dopo che la russa Gazprom ha ceduto la sua quota del 10% nel Centgas, la Unocal e la Delta Oil acquistano il pieno controllo del consorzio con l’85% del pacchetto azionario. A questo punto, però, qualcosa si incrina nell’alleanza Usa-Arabia saudita. Washington non si fida più del regime talebano, sia per le sue crescenti tendenze anti-Usa, sia perché lo ritiene inaffidabile per il controllo del decisivo “corridoio” afghano. L’Arabia saudita, che per anni (d’accordo con Washigton) ha finanziato i talebani in funzione anti-russa e anti-iraniana, invece vuole continuare a sostenerli. Il governo saudita, quello pakistano e gli Emirati arabi sono gli unici paesi al mondo a riconoscere ufficialmente il governo talebano.
Così, il 20 agosto 1998, gli Usa lanciano il primo attacco aereo in Afghanistan contro sospette roccaforti del sospetto terrorista Osama bin Laden.
Naturalmente, il 21 agosto 1998, il giorno dopo l’attacco aereo, la Unocal annuncia di sospendere la sua attività per la realizzazione del gasdotto, dichiarando che la riprenderà solo “quando l’Afghanistan conseguirà la stabilità necessaria a ottenere finanziamenti al progetto del gasdotto dalle principali agenzie internazionali”. E l’8 dicembre 1998 la Unocal annuncia anche il suo ritiro dal consorzio Centgas. Fatto rilevante, alla guida del Centgas subentra, al posto della Unocal statunitense, la Delta Oil saudita.
Tutto bloccato dunque? No, perché nell’aprile 1999 Afghanistan, Pakistan e Turkmenistan annunciano di essersi accordati per riattivare il progetto del gasdotto e chiedono al consorzio Centgas, ora diretto dalla Delta Oil saudita, di procedere alla sua realizzazione.
A questo punto gli Usa si vedono sfuggire di mano il controllo del “corridoio” afghano e, con esso, la possibilità di controllare l’approvvigionamento energetico dell’Asia con il gas e petrolio del Caspio. Si vedono scavalcati dal loro più importante alleato nella regione, l’Arabia saudita, che riattiva il progetto del gasdotto (cui dovrebbe seguire quello dell’oleodotto) per realizzarlo e gestirlo senza gli Usa, d’accordo con i talebani, a loro volta d’accordo con il fuoriuscito saudita bin Laden. Bin Laden a parte, quel che si prospetta concretamente è la possibilità che si costituisca una coalizione di paesi in grado di sfidare gli Stati uniti, sottraendo loro il controllo delle fonti energetiche da cui anche gli Usa dipendono in misura crescente.
Si verifica, in altre parole, la situazione prevista nel documento strategico pubblicato dal Pentagono il 30 settembre (il manifesto, 10 ottobre 2001), cioè “la possibilità che potenze regionali sviluppino capacità sufficienti a minacciare la stabilità di regioni cruciali per gli interessi statunitensi, la possibilità che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse” (Quadrennial Defense Review, 30 settembre. 2001). La risposta non può che essere quella indicata nello stesso documento del Pentagono: usare “le forze armate, il cui scopo è proteggere e promuovere gli interessi nazionali degli Stati uniti”, per “cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati”.