«Sosteniamo i diritti anche con la forza. Non lasciamo queste lotte alla Bonino»

Il segretario della Quercia piemontese raccoglie la sfida del leader del partito: «Dobbiamo prendere l’iniziativa a Cuba, in Medio Oriente e in Africa. Lotta per la pace significa azione, non inerzia». Critiche al manifesto pro-Castro: «Chi ha firmato non ha pensato ai diritti delle persone singole»

ROMA- Non si tratta di una co­pertura della guerra preventiva («ingiustificabile»), ma di una diffi­cile ricerca di «un’alternativa alla guerra», che non sia il pacifismo inerte e colpevole. Così il diessino Pietro Marcenaro accoglie la sfida lanciata da Piero Fassino sul ripen­samento della politica estera della sinistra: «Non possiamo lasciare che sia soltanto Emma Bonino ad occuparsi e a proporre soluzioni e provocazioni sui grandi temi di po­litica internazionale, dalla pace, ai rapporti Nord-Sud».

Fassino ci prova, con una tesi che a sinistra fa discutere: dice me­glio Bush di Kissinger.

«Fassino critica il relativismo cul­turale, che non è solo del pacifismo o della sini­stra, ma sta alla base an­che delle teorie dei neo­con. Ma tocca alla sini­stra l’onere della prova che la democrazia e i di­ritti si possono diffonde­re attraversò l’iniziativa politica e non necessa­riamente con la guerra».

La politica preventi­va?

«Prendiamo Cuba: voglio sapere se noi sinistra sosteniamo e consi­deriamo un problema nostro quel­lo di chi cerca di fare qualcosa per dar spazio alla democrazia. La co­sa che mi interessa chiedere a quanti hanno firmato con Abbado il manifesto pro Castro: le persone singole, i cittadini cubani non esi­stono per voi? Non possiamo conti­nuare a rappresentare il conflitto cubano come uno scontro Ca­stro-Bush, mentre i cittadini cuba­ni e i loro diritti spariscono dalla nostra visione. Io credo che il pun­to posto da Fassino sia: che cos’è oggi politica della sinistra in gene­rale. Come si costruiscono rappor­ti con tutte quelle forze che nei tan­ti mondi si muovono per la liber­tà».

E che risposta si dà?

«Dobbiamo immaginare nuove istituzioni internazionali, provare a costruire reti di collegamento a sostegno di quelli che si battono ovunque per libertà e democrazia. L’alternativa alla guerra non è farsi gli affari propri».

E che cos’è?

«Torniamo a Cuba, i cubani, an­che i dissidenti, sono contro l’em­bargo. Allora io dico: le relazioni so­no contagiose, andiamo a Cuba a trovare i nostri amici, parliamo con loro, contagiamoli. Non isoliamoli.
E soprattutto apriamo gli occhi: lì non chiedo­no più la rivoluzione o la controrivoluzione, vo­gliono una soluzione ne­goziata, non un colpo di Stato. Chi non vede que­sto, non riesce a vedere oltre i cortei pacifisti».

In Iraq però la demo­crazia è stata diffusa con la guerra.

«Ma oggi molte forze irachene vo­gliono che l’occupazione occiden­tale finisca. Io non escludo l’uso della forza, ma non si può separare dalla legalità e soprattutto la guer­ra deve essere l’ultima istanza. Pri­ma ci deve essere il dialogo, la poli­tica diplomatica, la politica del vo­lontariato, dei partiti».

Per questo la sinistra fondò l’In­ternazionale.

«La sinistra deve saper prendere in mano i grandi temi che affiorano oggi, deve prendere l’iniziativa: Cu­ba, Medio Oriente, Africa. Si dice “lotta” per la pace, perché significa azione, non inerzia».